Tiaris di Cividt e de Badie di Rosacis
Terre di Cividale e dell'Abbazia di Rosazzo

Curatori: Massimiliano de Pelca - Maurizio Puntin
Collaboratori: Giovanni Maria Basso - Nino Flebus - Claudio Mattaloni - Galliano Zof
Ricercatori: Giovanni Maria Basso - Massimiliano de Pelca - Nino Flebus - Diego Lavaroni - Michele Pizzolongo - Maurizio Puntin - Maurizio Tavagnutti 
Traduzione testi:
Eliana Merluzzi Barile, Gabriella Mesot
Consulenti linguistici: Giancarlo Ricci, Fausto Zof
Illustrazioni: Darko Bevilacqua, Anna Degenhardt, Giuseppe Delle Vedove, Massimiliano de Pelca - Francesco Prestento

Prefazione
(Walter Peruzzi, Presidente DellIstituto "A.Tellini")

Storie, miti, fiabe e leggende di Cividt e de Badie di Rosacis il terzo volume della collana, dei 12 programmati, per raccontare tutto il Friuli. In ogni testo rivivono storie, miti, leggende, tradizioni della zona interessata. Il modo di raccontare tutto spontaneo e si rispecchia nel candore della fantasia che corre sul filo della memoria e, attraverso queste narrazioni, rivivono "aganis, rcui, striis, diui, madonis e sants, lcs e contis popolrs". LIstituto "Achille Tellini", sorto per la ricerca e la promozione della civilt friulana, ha ripercorso con i suoi ricercatori, paese per paese, per ricostruire, con lausilio degli anziani, ci che rimane di questa grande cultura popolare, dei suoi momenti forti di fede, di superstizioni, di rituali che costituiscono un patrimonio secolare che non giusto dimenticare.               

Presentazione
(Attilio Maseri)  

Ho accettato con piacere di presentare "Miti, fiabe e leggende delle Terre di Cividale e della Badia di Rosazzo", anche se un letterato avrebbe potuto farlo molto meglio di un medico come me. Mentre il mondo si sta avviando verso la globalizzazione, la televisione ha rimpiazzato i racconti dei "vecchi" intorno al focolare dinverno, sulla panca fuori dalla porta di casa destate, mentre si spannocchiava dautunno.La lettura di questa raccolta mi ha fatto rivivere sensazioni profonde della mia infanzia trascorsa a Oleis, proprio ai piedi della Badia di Rosazzo. Sensazioni e ricordi rimasti sopiti per oltre mezzo secolo che ho trascorso lontano dal Friuli: a Pisa, Baltimora, New York, poi ancora a Pisa, poi a Londra ed ora a Roma. Questo lungo distacco, interrotto da purtroppo solo rari e frettolosi ritorni, mi permette di inquadrare vive sensazioni della mia infanzia in una prospettiva distillata dal tempo e dalla lontananza. Tra queste sensazioni, due sono ancora le pi fortemente impresse nella mia memoria. La prima il rispetto reverenziale e lammirazione per quei "vecchi" che sapevano tutto e ti raccontavano le cose con grande autorevolezza ma come se ti rivelassero segreti. La seconda il senso profondo di appartenenza non solo al proprio paesino, ma al proprio borgo. Queste sensazioni hanno costituito un punto di riferimento per la mia vita di bambino.I racconti di quei "vecchi" non facevano mai sorgere dubbi, erano verit assolute, di solito con un alone di mistero. La maggior parte dei racconti riguardava esseri oscuri che incutevano paura (rcui, striis, cjalcjt, spirts malins, diui, dants, murts). Lesistenza di questi esseri ed il loro ruolo nelle umane vicende veniva ripetuta con forza e mai smentita. Cos aumentava nei bambini la paura del buio, dellignoto, nonch del castigo che sarebbe arrivato non solo sotto forma di scapaccioni e bacchettate ma anche, quando riuscivi a non farti scoprire e prendere, imprevedibilmente in forma ignota da questi esseri misteriosi. Il senso di appartenenza al borgo, per me ad Oleis, che contava circa 200 abitanti, era il "borg disore" che si contrapponeva al "borg disot". Quelli di Orsaria, a due chilometri di distanza, ma oltre il fiume Natisone erano come di un altro pianeta perch parlavano con la "a" invece che con la "e" finale (!). Quelli di Manzano, il capoluogo, a cinque chilometri di distanza, "credevano di essere chiss chi" e quindi di loro non ci si poteva fidare molto. Cividale ed Udine erano altre galassie. Proprio per questo ho trovato appropriata e illuminata liniziativa di raccogliere i racconti separatamente per le varie Terre del Friuli. La continuit della tradizione trasmessa dai "vecchi" fin dalla tenera infanzia ed assorbita naturalmente, lassenza di dubbi, la paura del castigo ed il forte senso di appartenenza al borgo, davano alla vita una dimensione limitata, ma umana. proprio questa dimensione umana che questo volume fa rivivere e, speriamo, contribuir a conservare.  


1 - Lis aganis cui pts di dindie

Gno barbe al contave (ch volte si contave tant tes stalis, no?) che di gnot si riscjave di cjat chistis fminis, lis aganis, che de vite in s e' erin compagnis di notris e de vite in j e' rin strambis parcech'e vvin i pts di dindie, che si vedvin sot des ctulis. E' erin bielis fminis vistudis simpri a blanc, chistis aganis, e lis vedvin cualchi volte ch'e balvin tra di lr di gnot. Cualchi volte e' vignvin a curios dongje des stalis, l ch'e stave le int di sere. BURI

Le fate dai piedi di tacchina
Raccontava mio zio (a quei tempi si raccontava molto nelle stalle) che di notte si correva il rischio d'incontrare delle donne, le fate dell'acqua, che dalla vita in s erano simili a noi e dalla vita in gi erano molto strane perch avevano i piedi di tacchina, che si scorgevano al di sotto delle gonne. Erano delle belle donne, sempre vestite di bianco, queste fate, e qualche volta si vedevano ballare di notte fra di loro. Talvolta venivano a curiosare vicino alle stalle, dove la gente si radunava di sera. BUTTRIO


2 - Lis aganis cu lis talpis di cje

Chisc' contadins di une volte e' jevvin a une, a ds par l a vre. I nestris, par esempli, e' vvin sedis cjamps di prt l ch'e j cum le polvariere; e' lvin-j a pt tr oris di via. E' contvin che une volte un zvin al ere stt a bal. Cuanche 'l vignt cjase tart, e' rin za lts-ve ducj, chei di cjase. Alore, no?, pre di sintlis di so pari, al si gambit a le svelte e 'l parts cul falut a pt, a dute gnot. Dopo un pc al passe tal pas ca dongje - Solescjan, mi pr - e 'l vit ch'e balvin te place. Ma chel che 'l ere strani al ere ch'e rin nome fantatis ch'e balvin, bielis fantatis dutis vistudis a blanc. - Orpo! - 'l dite lui - Vit ca ce furtune! -. Al cjape 'l falut e lu poe cuintri un mr e 'l va a bal cun chistis fantatis.  E cuss al var balt une miez'ore, fin quanche al cjale par cumbinazion par tiare, e no ti vidial ch'e rin lis aganis chs fantatis! E' vvin dutis lis talpis di cje. Chel fantat al cjapade tante di ch pre! Robis che nol mueri! Chistis robis e' sucedvin prime dal Concili di Trent. Dopo no si plui vidt CJAMINET

Le fate dalle zampe d'oca

I contadini di un tempo si alzavano all'una, alle due del mattino per andare al lavoro. Quelli della nostra famiglia, ad esempio, possedevano sedici campi a prato dove ora c' la polveriera; e vi andavano a piedi tre ore di cammino. Si diceva che una volta un giovane era andato a ballare. Rincas tardi, quando i familiari se n'erano gi tutti andati. Allora, per timore dei rimproveri del padre, si cambi in fretta e part a piedi, con la falce, a notte fonda. Dopo un tratto, attraversa un paese dei dintorni - Soleschiano, credo - e vede che stavano ballando nella piazza. Ma la cosa strana era che stavano ballando solo delle ragazze. Belle giovani, tutte vestite di bianco. - Perbacco! - disse - Guarda un po' che colpo di fortuna!  Appoggia la falce ad un muro e va a ballare con le ragazze. Ballava da una mezz'ora, quando casualmente guard in basso e si accorse che quelle ragazze erano delle fate dell'acqua. Avevano tutte le zampe d'oca. Il giovanotto si prese un tale spavento da restarci quasi secco. Queste cose avvenivano prima del Concilio di Trento. Poi non se ne saputo pi nulla CAMINETTO


3 - Lis agananis

Lis aganatis e' son fantaatis ch'e fsin dispies. J fsin bocjtis, j fsin pre a cualchi pare frute. 'L diferent des striis ch'e ma-ludvin i cristians e e' fasvin mur lis bestiis. Lis aganis e' fasvin dome pre. CJAMIN

Le fate monelle
Le fate sono delle ragazzacce che fanno i dispetti. Fanno le boccacce,  spaventano qualche povera giovane. Erano diverse dalle streghe, che maledivano le persone e facevano  morire gli animali. Le fate impaurivano soltanto. CAMINO


16 - Lis aganis di Orsaria

Lis aganis, di chel ch'o i rivt a cap dai vcjos, e' jrin fminis no tant justis di arviel Ben, ch'e vvin par cont lr una religjon E alora lr e' vignvin fr par spaur fminis insintis, fruts, ancja fantatis cuss. Ma no vvin nia ce f cu lis striis, no fasvin mur nissun. Lr e' girvin simpri su la riva des aghis e si movvin mssima cuanch'el jera chel timp sirocs, otbar, novmbar, ch'e jera tanta aga par dut, par chei flums ch'e son ancja chi, el Nadison, el Judri Ancja cuanch'el vigniva un grant temporalon, in ch volta lis aganis si tirvin dongja di un flum, in consi fra di lr, fin ch'el tornava biel timp. Si lis viodeva ancja insomp dal pas, li che la strada 'e leva a finla in tun troi, e chist parceche lr e' vvin di mvisi cena fj sav a dinissun, ma simpri di rest sotvli dal pas, parcech'e jrin tant curisis dai petes, mssime di fminis. Difat e' j-rin tantis fminis che lis odevin a muart, ch'e disvin: - Chs l e' son che mi n tradida la fia Ch'e n fat cuss Ch'e n pandt cul -. Parceche lis aganis si interessvin tant des fminis, e' vvin di sav dut di lr Chistis aganis e' jrin ancja di chs vonda zovinutis e bielis, e chi-stis si presentvin vistudis a blanc. Ma par slit e' jrin vecjis, brutis, vistudis cu lis ctulis lungjis, neris e ingrispadis e cul fassolet let sot la barba, secjis brusadis cu la piel doma sul vues; e dopo e' vvin i ps voltts par dar, cul talon par devant. No si sintt di omps ch'e vivssin cun lr: dome fminis. Si lis viodeva laj sul Nadison o dongja dai rius, sul r des aghis ch'e vignvinj di una culina, sul r dal bosc. Un puest l che si viodvin cualchi volta lis lr avatadis al era sui alts di San Martin, l ch'e jera la glesia vecja. Una fmina, par esempli, 'e jera stada a f la fassina su la riva del Nadison: - Cjo', 'e j vignuda fr la agana ch'o i cjapada tanta pra! E mi dita cuss che no coventa ch'o vedi pra, ch'o i di st atenta invessi ch'e son  personis in pas ch'e orssin fmi ml! -. Parceche certis voltis lis aganis e' tignvin un consi fra di lr e e' decidvin ancja di jud cualchiduna cun ce ch'e vvin savt in pas. Cum mi visi che si veva sintt che lis aganis, chs bielis, e' jrin stadis zvinis muartis di part, o prima di cjap la binidizion. ORSARIA

Le fate di Orsaria 
Le fate, da quanto sono riuscita a capire dai racconti dei vecchi, erano delle donne con la testa non proprio a posto, che avevano una loro religione Sbucavano all'improvviso per spaventare donne incinte, bambini o anche ragazze; ma non avevano niente a che vedere con le streghe: non facevano morire nessuno. Vagavano sulla riva dei corsi d'acqua e si muovevano soprattutto con il tempo sciroccoso, in ottobre, novembre,  quando c'era molta acqua dovunque nei fiumi che scorrono anche da queste parti, il Natisone, il Judrio Anche quando c'era un gran temporale le fate dell'acqua si radunavano accanto a un fiume e tenevano consiglio finch tornava il sereno. Le si scorgeva anche in fondo al paese, dove la strada moriva in un viottolo. Facevano questo perch non volevano farsi vedere da nessuno ma intendevano restare nelle vicinanze dell'abitato in quanto erano molto curiose dei pettegolezzi, specialmente di quelli riguardanti le donne. Infatti parecchie donne le odiavano a morte e dicevano: - Sono loro che hanno tradito mia figlia Hanno fatto questo  Hanno rivelato quest'altro -.
Le fate si interessavano moltissimo delle  donne, volevano sapere tutto di loro. Ce n'erano poi alcune piuttosto giovani e belle, e apparivano vestite di bianco; ma generalmente erano vecchie e brutte, con lunghe gonne nere e pieghettate e col fazzoletto legato sotto il mento, magrissime e con la pelle tesa sulle ossa, e inoltre avevano i piedi rivolti all'indietro, con i talloni in avanti. Non si mai sentito di uomini che vivessero con loro. Le si intravedeva lungo il Natisone o accanto ai ruscelli, sulla riva di rigagnoli che scendevano da una collina, al limite di un bosco. Un luogo dove talvolta si trovavano le loro impronte erano le alture di San Martino, dove sorgeva la chiesa vecchia. Una donna, poi, che era andata a far fascine sulla riva del Natisone, raccont: - Beh, sbucata fuori una fata e io mi son presa un grande spavento, ma lei mi ha detto di non temere. Avrei dovuto invece badare a certe persone del paese che volevano farmi del male! -. Talvolta infatti le fate tenevano consiglio fra loro e decidevano di aiutare qualche donna in base a quanto avevano saputo in paese. Ora ricordo di aver sentito dire che le fate belle erano state delle giovani morte di parto, o comunque prima di essere state benedette. ORSARIA


El zincul des fminis

23. Une gnot e vvin di dsiadun cuatri-cinc fminis: Usgnot o vin di f un zincul! . E une e partave le padiele, une e partave le lujanie, une el pole A partvin dutis alc, par mangj tra fminis. E jere une napone sul fogolr di chiste cjase, e e jrin dutis li che messedvin. Dut tun moment e sntin une vs j pe nape: And, and a dormir, done, che gi la mezanote. Se non cred che Dio comanda, mi buto gi na bela gamba. E lis fminis e disvin: Ce ise ch robe chi? Ce vino di f cum? . E di gnf: And, and a dormir, done, che gi la mezanote. Se non cred che Dio comanda, mi buto gi la gamba! . E chs fminis e vvin za cuet dut: no ur lave di l-vie. Cuanche vidin a vign-j de nape une gjambe di len poomf pes padielis, alore lis fminis e son scjampadis a durm. Chs che fasvin cjap chs paris, chei spacs al a le int, e jrin simpri lis aganis. E jrin dome chs che girvin di gnot. DOLEGNAN

Il festino delle donne
23.
Una sera si sarebbero riunite quattro o cinque donne: Questa sera faremo un festino! . Una port il tegame, una la salsiccia, unaltra il pollo Tutte portarono qualcosa per mangiare fra loro. Sopra il focolare della casa cera una grande cappa e su di esso tutte si affaccendavano a cucinare. Ad un tratto sentono una voce scendere dalla cappa: And, and a dormir, done, che gi la mezanote. Se non cred che Dio comanda, mi buto gi na bela gamba. Le donne si chiesero: Che cosa sar mai? E ora che facciamo? . Di nuovo la voce: And, and a dormir, done, che gi la mezanote. Se non cred che Dio comanda, mi buto gi la gamba! . Le donne avevano ormai cucinato ogni cosa e non intendevano andarsene. Ma, quando videro precipitare dalla cappa una gamba di legno ponf sui tegami, se ne fuggirono tutte a letto. Chi provocava quelle paure, quei spaventi alla gente, erano sempre le fate. Soltanto loro vagavano di notte. DOLEGNANO

27 - Lis letoanis e lis aganis

 Cuanchal nasseve un frut, e disvin che par corante ds chestis fminis no vvin di l a lav le blancjare. Par corante ds lis tignvin vuardadis ancje par chel chal rivuarde el mangj; talt al vr che mangjvin mir di chel che vvin chei tris. Le mari e leve a cjat le fie, e alore j puartave une gjaline, scar e caf. E dopo di corante ds e lvins in glesie, compagnadis, a cjap le benedission. Dopo e lrin lbaris di l l che volvin. Nome che, se par disgracie e murvin fra chel timp al, sence v rivt a cjap le benedission, alore, p, e  tornvin Cuss e contvin i vcjos Si vit che ch l e jere le lr pi-nitince, parceche lis viodvin a lav in tal Cur, chestis nimis al, vistudis a blanc E chs e jrin prpit clamadis lis aganis che lis viodvin a resent sui flumps, di gnot. Insome, nimis che no n vt benedission, e alore si presentvin cuss, su le aghe. SAN ZUAN

Le puerpere e le fate
Quando nasceva un bambino si diceva che per quaranta giorni la puerpera non doveva fare il bucato. Per quaranta giorni le puerpere venivano sorvegliate anche per quanto riguarda il cibo; tant vero che mangiavano meglio degli altri. La madre, ad esempio, andava dalla figlia e le portava una gallina, zucchero e caff. E dopo quaranta giorni salivano alla chiesa,  accompagnate, per ricevere la benedizione. Poi erano libere di andare dove volevano. Per, se in quel periodo  digraziatamente fossero morte, senza esser state benedette, beh sarebbero tornate Cos raccontavano i vecchi Evidentemente quella era la loro pena, perch si vedevano quelle anime lavare sul Corno, vestite di bianco Ed erano chiamate proprio fate dellacqua le vedevano risciacquare i panni nel fiume, di notte. Insomma, anime che non avevano ricevuto la benedizione e quindi si presentavano cos, sulla riva. SAN GIOVANNI AL NATISONE

58 - Lis aganis sul Nadison

Gno pari al contava che chei che lvin-fr tor miezagnot fin su la rngita dal Nadison e vvin cr di viodi lis aganis. Fminis cun tuna cjamesona blancja, scrofadis in ds o tr di lr, che sbatvin i linsi te aga dal flump. E resentvin e e cjantvin. No si rivava a viodi se jin vecjis o zvinis, bielis o brutis, parceche no si lassvin viodi: se si leva-dongja, e sparvin te gnot... Un omp di Ulis al contava che des ss bandis, sun tun rauat - el Soss, aldovares sei andrin tantis di chestis aganis, che si cjatvin l tor miezagnot. ORSARIA

Le fate sul Natisone
Raccontava mio padre che chi usciva verso mezzanotte ed arrivava fin sul greto del Natisone correva il rischio di vedere le fate dellacqua. Donne con una camiciona bianca, accovacciate in gruppi di due o tre, che sbattevano le lenzuola nellacqua del fiume. Risciacquavano e cantavano. Non si riusciva a scorgere se erano vecchie o giovani, belle o brutte, perch non si lasciavano vedere: se ci si avvicinava, sparivano nella notte. Un uomo di Oleis raccontava che dalle sue parti, lungo un ruscello - dovrebbe essere il Soss - , ce nerano molte di quelle fate, che si riunivano col verso mezzanotte. ORSARIA

 

Lrcul dal Bosc Romain

71. Mi barbe el veve un mul e el faseve el cjaradr, e el leve a vendi lens j par Palme, pes placis. Une volte cun mi pari e son tornts indar ch el ere za scr. E vignvin in ca pal Bosc Romain, che in ch volte el ere ancjem plui grant di vu. Mi pari, cuanch el ere di pass devant l che si clame La buse dal Mr, el dit al barbe: T tu vs-j pe strade cul cjr, e jo invessi o voi pai trois . El jentre-dentri tal bosc a pt crodint di st mncul, e nol stt bon di cjat la strade par torn cjase. El girt dute le gnot; e chest el sucedeve cuanche si cjatave l rcul che ti menave ator dute la gnot. Dome cuanche n sunt d lis cjampanis di Craurt, lui el si cjatt bon di vign cjase. L rcul el ere innoment une volte. E disvin che cuanche lui el oreve el faseve ancje bal la int tai baras; e no pod salt-fr di l fin e matine NOACU 

Lorco del Bosco Romagno
71. Mio zio aveva un mulo e faceva il carrettiere, andava a vendere legna dalle parti di Palmanova, nelle piazze. Una volta, insieme a mio padre, rientrarono con il buio. Tornavano attraverso il Bosco Romagno, che a quei tempi era ancora pi vasto di oggi. Mio padre, quando stavano per passare davanti al luogo chiamato La buca del Mare, disse allo zio: Tu continua lungo la strada con il carro, io invece seguir i sentieri . Entr nel bosco a piedi credendo di fare pi in fretta, e non riusc pi a trovare la strada di casa. Vag per tutta la notte; e questo accadeva quando sincontrava lorco che ti mandava in giro per tutta la notte. Soltanto quando suonarono le campane di Craoretto mio padre stato in grado di tornare a casa. Un tempo lorco era famoso. Si diceva che, quando lo decideva, era capace addirittura di far ballare la gente nei rovi; e nessuno poteva venirne fuori fino al mattino NOVACUZZO 

Cinc sentsins al rcul

75. Cum us conti ch dal rcul. Alore in vil Triest a din, sot di chei pltanos al, al ere il marcjt des bestiis vacjis, cuss, p E li e vignvin j ancje di dute le montagne a puartj el cjarbon cui bs. Ma par l a din e vvin di pass pal stret di Remanzs. A Remanzs e j le glesie e di ch altre bande il for. Duc dovvin pass. Li al steve lrcul cun tune gjambe su le glesie e une sul for. E se no pavin une pule tasse al rcul par esempli, cinc sentsins in ch volte no podvin pass par li. Par d le verett, al ere di pod ancje di no pass par sot dal rcul, parceche a Remanzs e j dopo une strade par dar. Ma chei che fasvin ch strade li dopo e n dite che rin cjastits: no verssin vude nissune furtune al marcjt di vendi, di afrs Alore e scugnvin duc pass par li sot dal rcul, lassj cualchi sentsin se no lui no ti dave le furtune. GIR 

Cinque centesimi all'orco
75. Ora vi racconto dellorco. A Udine in viale Trieste, sotto quei platani, cera il mercato degli animali mucche e simili Vi arrivavano anche dalla montagna per portare il carbone con i buoi. Ma per andare a Udine dovevano passare per la strettoia di Remanzacco. A Remanzacco c la chiesa e di fronte il forno. Tutti vi dovevano passare. E l si piazzava lorco con una gamba sulla chiesa e l'altra sul forno. E se non si pagava una piccola tassa allorco per esempio, cinque centesimi a quei tempi non si poteva passare per di l. A dire il vero, cera anche il modo di non passare sotto lorco, perch a Remanzacco pi avanti c una strada che passa per dietro. Ma chi la percorreva, poi diceva di essere stato punito: non avrebbe avuto nessuna fortuna al mercato, nella vendita, negli affari Perci tutti erano costretti a passare sotto lorco, a lasciargli qualche centesimo altrimenti non avrebbe dato loro la fortuna.
ZIRACCO


77 - La talpade dal rcul

M none la s famee e rin a st a Dplis e contave che l rcul el vignive di gnot sul Nadison. El ere tant grant ch el meteve un pt su la glesie di Dplis e un pt su la glesie di Orsarie e el beveve tal Nadison. E dopo e disvin che chei che si cjatvin cualchi volte fr di gnot, viasant a pt, ben s intint, se rivvin a meti el pt li ch el veve mitt el rcul, in te talpade insome, e piardvin la strade e fin che no vignive d no cjatvin plui la strade di cjase. DOLEGNAN

Lorma dellorco
Mia nonna la sua famiglia abitava ad Ipplis raccontava che lorco andava di notte sul Natisone. Era cos grande che posava un piede sulla chiesa di Ipplis e laltro sulla chiesa di Orsaria e beveva nel Natisone. Si diceva pure che a chi si trovava talvolta fuori di notte, viaggiando a piedi, ben inteso, fosse capitato di mettere il piede dove laveva messo lorco, nellorma insomma, avrebbe perduto la strada e, finch non fosse venuto giorno, non avrebbe ritrovato la strada di casa. DOLEGNANO

El libri dal predi

114. Al ere vignt-s un grant temporl, prpit di chei, e el plevan j dit al muini: Va l e cjl el libri che tu ss, se no no lin a cjase cun chel timp cul! . Al ere un libri ch al ere dome in tes glesiis, un libri di comant. Alore el muini al lt in canniche, al cjolt-s el libri e, vigninfr, si inopedt in mt che el libri si viart e si sintude une vs: Ce comnditu? Ce comnditu? Ce comnditu? . Alore el muini di colp j rispuint: Che tu vadis a volt savalon te Tor ! . E el libri: O sut o bagnt? dissal. Sut, sut dissal el muini. E j vignude tante di ch aghe che si innevin, seben ch al dit sut. E dopo, cuanch el muini j partt el libri al predi, chest si inecuart ch al ere stt viart el libri e al domandt. Cuanche al savude par ben le robe, j dit al muini: Par furtune che tu s rispuindt ben! Se tu rispuindevis bagnt, al sares vignt el montafin di aghe! . REMANZS 

Il libro del prete
114.
Stava per scoppiare un temporale davvero brutto e il parroco ordin al sacrestano: Vai a prendermi il libro che sai, altrimenti non andiamo a casa con questo tempaccio! . Era un libro che si trovava soltanto nelle chiese, un libro di potere. Il sacrestano and allora in canonica, prese il libro ma, uscendo, inciamp, per cui il libro si apr e si ud una voce: Che cosa ordini? Che cosa ordini? Che cosa ordini? . Il sacrestano rispose immediatamente: Che tu vada a rigirare sabbia nel Torre! . E il libro: Asciutta o bagnata? ribatt. Asciutta, asciutta disse il sacrestano. Venne tanta pioggia che per poco non annegarono, nonostante avesse detto asciutta. Poi, quando il sacrestano port il libro al prete, questi si accorse che era stato aperto e chiese spiegazioni al sacrestano. Quando ebbe conosciuta la faccenda per filo e per segno, osserv: Per fortuna hai risposto bene! Se tu avessi risposto bagnata, sarebbe venuto un finimondo di pioggia! . REMANZACCO

Li tr Crs

149. A Sividt e n fat una volta da li grandis Crs su li crosadis di stradis, parsora di chistis Crs e n sistemt  l gjalut e i simbui de Passin, i clauts, el marcjel, li tanais. Ma, cuanche eri fruta, i sintt alc che rivuardava chistis Crs. Una fmina e veva tr frutis. Prima muarta una, dopo muarta la seconda e in fin muarta la ultima. Chista fmina no si dava ps e indalora decidt di l di una stria. E ch j dit: Vit che tu s el striament, cualchidun ti l ml. Prova a cjal tel cussin di plumis di chistis frututis che tu vevis! Se tu cjatis alc, viodn! . J e va a cjasa, cjala tel cussin e e cjata tr crusutis di plumis ingrumadis, dutis a colrs: tr crusutis par li tr frututis. Alora li tiradis fr e li partadis l da stria. e chista stria j dita: Vit, par cop dut chist malefizi, tu tu s di l sot des grandis Crs che son a Sividt e meti in t, in tuna gnot di luna, lis regulis che ti ds: sot da prima Crs tu brusars li tr crusutis di plumis ingrumadis e tu metars tr crusutis (ognune cui bras stuarts), preparadis cun ramis di ulf benedt, al che stada brusada la roba striada. Subit dopo tu lars fin st de seconda Crs preant e cuss fin st de tiarsa Crs. Ricuarditi: lant vie, ciapa una strada; tornant a cjasa, ciapa unaltra! Fs cuss e tu vedars che tu stars ben! . Alora chista fmina, in tuna gnot  di luna, cjapt s dut ce che j coventava e a j lada via par una strada... El cr j bateva fuart, e vaiva dut el timp. Rivada sot de prima Crs e brust li tr crusutis di plumis e ancja tr robis, fatis come cassutis di muart, che erin tai cussins. E vaiva pensant ancim a li tr ss frutis. Fint di brus, mitt j li tr crusutis di ulf, po e ciamint, preant, fin a la seconda Crs e po, simpri preant, fin a la tiarsa Crs. E j tornada a cjasa par unaltra strada, come che j veva insegnt la stria. Dinchevolta la fmina no vt plui storiis di striaments e vt ancja una bielissima fruta. SIVIDT 

Le tre Croci
149.
Un tempo, a Cividale, avevano costruito delle grandi Croci e le avevano collocate sui crocicchi e, sopra queste Croci, avevano posto il gallo e gli altri simboli della Passione: i chiodi, il martello, le tenaglie. Da bambina, ricordo di aver sentito raccontare una storia che aveva a che fare con queste Croci. Cera una donna che aveva tre bambine. Una di esse mor, in seguito mor la seconda e poi anche lultima. La poveretta, che non si dava pace, decise di rivolgersi ad una strega, la quale le disse: Guarda che c qualcuno che ti odia e ti ha fatto un maleficio. Prova a controllare i cuscini delle tue bambine: se dentro, tra le piume trovi qualcosa, ne riparliamo! . Tornata a casa, esamin i cuscini e trov come tre piccole croci colorate, fatte di piume raggrumate: tre piccole croci per le tre bambine. Allora le tolse dai cuscini per portarle alla strega. Questa le disse: Stai attenta: per levare questo maleficio, dovrai andare sotto le grandi Croci che si trovano a Cividale, in una notte di plenilunio e fare come ti dico: andrai sotto la prima Croce e brucerai le tre piccole croci di piume raggrumat. L, dove ha bruciato la piuma stregata, poserai tre crocette (ognuna coi bracci obliqui) preparate con rametti di ulivo benedetto. Subito dopo ti recherai alla seconda Croce, recitando delle preghiere e cos fino alla terza Croce. Ricordati che, per tornare a casa, dovrai prendere una strada diversa da quella che ha fatto allandata! Fa come ti dico e vedrai che tutto andr bene! . In una notte rischiarata dalla luna la donna usc, portando con s quanto occorreva per compiere il rito e si incammin per una strada... Il cuore le batteva forte e piangeva senza sosta. Giunta sotto la prima Croce, bruci le tre piccole croci di piume raggrumate e anche tre piccoli oggetti che somigliavano ad altrettante piccole bare e che aveva rinvenute nei cuscini. Piangeva, pensando ancora alle sue bambine. Finito che ebbe di bruciare, pos le tre crocette di ulivo e cammin, pregando, fino alla seconda Croce e poi, sempre recitando preghiere, raggiunse la terza Croce. Se ne torn infine a casa per unaltra strada, come le aveva raccomandato la strega. Da quel momento la donna non sub pi stregamenti e, in seguito, ebbe anche una bellissima bambina. CIVIDALE DEL FRIULI


Lssie la strie di Trivignan

155. Me pari al contave simpri che une fmine e are strie. A lave atr pe cjasis, e diseve: Uh, ce biele vacje... . Ancje c di n e veve cjalade une bestie ta stale. E me nono j dite: No sta vign, veh, Lssie a striamile! . Eh, no strii nissun j! diss j. Chiste vacje e tact a sglonfsi, a sglonfsi, e n clamt al vitrinari tal doman, ma la vacje e j muarte. Me nono al lt, l, cu la ronce: Stu, Lssie che ti copi j! dissl. No i fat j stu! diss. E dopo, me pari, che l era frut, al vt sintt, une d che l era a confesssi dal predi, che j diseve: Lssie, no st f chs robis, no st l pa cjasis a f di dut! . Ma dul ajo di l, cuant che mi vegnin s chs crisis? . Va ta Tr, Lssie, va ta Tr e sbrochiti cui clas e no l pa cjasis a ruvin chel o chel altri! . E si viodeve chiste fmine che lave ogni d ta Tr, parceche la Tr e are dongje. Un ps di agns dopo, e j muarte. E veve te casse, dissl mi pari, dut plen di clas mitts atr di j, ma duc morns, scrs, neris. E erin vignts cuss parceche j si sbrocave tei clas. TRIVIGNAN

Lucia la strega di Trivignano
155. Mio padre raccontava sempre di una certa donna, che era una strega, e andava in giro per le case. Che bella mucca, avete! la si sentiva dire. Anche da noi aveva messo gli occhi su un nostro animale, nella stalla. E mio nonno le aveva detto: Bada, Lucia, di non venirmela a stregare! . Ma io non faccio queste cose! aveva risposto Lucia. Accadde che questa mucca aveva cominciato a diventare gonfia, sempre pi gonfia, tanto che non avevano potuto salvarla neanche con lintervento del veterinario. Mio nonno era andato dalla strega con la roncola e laveva minacciata: Guarda, Lucia, che io ti ammazzo! . Non sono stata io! aveva protestato lei. Per mio padre si ricordava di aver sentito, da bambino, un giorno in cui era andato a confessarsi, queste parole dette dal prete a quella donna: Lucia, non devi comportarti cos, non devi andare nelle case a combinare guai! . Ma dove devo andare, diceva la donna quando mi vengono certe crisi? . Va al torrente, Lucia, va sul greto del Torre e sfogati coi sassi, invece di andare nelle case a portare rovina! . E vedevano ogni giorno questa donna andare al greto del Torre, che scorreva l vicino. Morta dopo alcuni anni, ricorda mio padre, attorno al suo corpo, sistemato nella bara, si vedevano tanti sas-si, tutti di colore scuro per le maledizioni ricevute dalla strega. TRIVIGNANO UDINESE


Nassts cu la cjamese

159. Chi che nassevin cu la cjamese(al ven a stj la secondine), e deventavinpotents strions: e podevin f tant ml, ma ancje tant ben. Se un nol voleve f dal ml, al leve a strengol un morr... e chel si secjave. NAVUCS

Nati con la camicia
159. Coloro che nascevano con la ca-micia, vale a dire il sacco amniotico, diventavano potenti stregoni: avevano la facolt di fare sia il male sia il bene. Chi non se la sentiva di compiere atti malvagi, si sfogava andando a scuotere un albero... e questo diventata secco. NOAX

Vso cjatt bs?

183. Une volte e ere int cha leve a cir bs. Parceche e murivin tanc sirs, duc dants, a disevin, par vie che vevin tant imbrot. E ju soteravin c, ju soteravin l, i bs. A ere int triste e no intindvin lass i lr bens a nissn. Alore une volte ancje el predi di Scjasis al lt cun tun altri a cir... E son lts di gnot in tun puest just: l e scugnvin segn el circul cu le aghe sante dut toratr e st duc drenti. Guai se no! E saressin stt sbrents! Une gnot a erin stts vie e ur n domandt: Veso cjatt bs? . A vevin cjatt une cjalderie di ram taponade. Cuanche e vevin juste di scuviarzi chiste cjalderie, un dal scr a ur dt una atde. Si vit che no are ore di tocjju chisc bs. Ancje se l ere el predi cul libri, le stole, par parsi di chisc dants che no ju sbrnin, che no ur saltin adus. Bisugnave spiet un cirt timp, se no, no valeve nje. SCJASIS

Avete trovato denaro?
183. Un tempo si andavano a cercare tesori nascosti. Si diceva che certi signori, arricchitisi durante la vita con limbroglio, avessero sotterrato qua e l i propri averi, prima di morire dannati. Essi erano, infatti, talmente malvagi, che non volevano lasciare questi beni a nessuno. In una certa occasione, anche il prete di Case aveva intrapreso, assieme ad un altro, questa ricerca. Recatisi, di notte, nel luogo prestabilito, avrebbero dovuto, con lacqua santa, tracciare un cerchio attorno a loro. Se fossero usciti dal cerchio, sarebbero stati sbranati. Tornati da una spedizione notturna, si sentirono chiedere: Avete trovato denaro? . In effetti, avevano trovato una pentola di rame, coperta, ma quando stavano per scoprirla, avevano ricevuto, nel buio, come una zampata. Evidentemente non era ancora giunto il momento di toccare quelle monete. E fortuna che cera il prete con il libro e con la stola, a difesa contro quei dannati, che li avrebbero potuti assalire e sbranare. Per bisognava attendere il momento propizio, altrimenti non cera nulla da fare. CASE DI MANZANO


La cjase dai spirts

188. La clamavin cuss, ma si viodeve zaromi nome el telr di chiste cjase. E deveve essi stade come une vile di sirs, ma cum no si vit plui ne... E disevin che sintivin rumrs l drenti e par chel la clamavin la cjase dai spirts. Cualchidun al dit che n sintt ancje un cjaval di gnot a slontansi di l. Chiste cjase e are sun tune strade lants te Bade. DOLEGNAN

La casa degli spiriti
188. La chiamavano cos, ma, ormai, di questa casa si vedeva solo lo scheletro. Poteva essere stata una villa di gente ricca, ma adesso non ne resta pi niente. Dicevano di sentire cose strane, rumori provenienti dallinterno e, per questo motivo, la chiamavano la casa degli spiriti. Qualcuno sostiene anche di aver sentito un cavallo allontanarsi, durante la notte, da quel luogo. Questa casa era situata ai margini di una strada che conduceva allAbbazia. DOLEGNANO


El fc svoladi-ferl

197. Un on di Dolegnan al leve a men lafit al paron chal stave a Pui. Al ere cul cjar cui bs e l ere rivt za l da crosade dai Roncs di San Zun. Ma nol vedeve ben la strade di tant limbo chal ere. Chist par al preave sintt sul cjr, cul stmbli in man e l diseve: Diu, tant limbo chal usgnot, c voi a rabaltmi cul cjar! . Alore al vidt sul Ronc un lumint chal ardeve: Almancul chal vigns ch chel fc svoldi lass, a fmi un ninin di lusr. Oh lumint dissl chel on ven-j, ven-j a fmi lusr! . Dut un moment el fc svoldi al vignt-j al dal cjr e l si mitt al dal ferl. E cuss j fat lusr e lu compagnt fin cjase. DOLEGNAN

Il fuoco fatuo-lanterna
197. Un uomo di Dolegnano stava andando a portare il corrispettivo dellaffitto al padrone, che abitava a Pozzuolo. Con il carro tirato dai buoi, era giunto gi nei pressi dellincrocio dei Ronchi di San Giovanni, ma non riusciva a vedere la strada, da tanta nebbia che cera. Il poveretto pregava, seduto sul carro, col pungolo in mano, e diceva: Mio Dio, che nebbia c stasera: finir per rovesciarmi col carro! . Fu allora che vide, sul Ronco, come un lume che ardeva. Almeno venisse quel fuoco fatuo lass, a farmi un po di luce. Oh, lumicino diceva luomo vieni gi, vieni a farmi chiaro! . A un tratto il fuoco fatuo venne verso il carro e si pos sulla lanterna. E cos, rischiarandogli la strada, lo accompagn fino a casa. DOLEGNANO

200 - El Diaul in tel caratl

In tune cjase di ch e' stvin une volte omp e fmine, vecjos: - Sintt ce che ur sucedt in te cantine! -. Une sere le fmine 'e steve disint rosari e sintt rumrs in te chiste cantine. - 'E sar el gjat ? diss. Tal doman le vecje j lade j, ma no cjatt gjats: par tiare 'l ere un bocl vueit e un caratel 'l ere cence stropon, virt. - Ah, Jacun, Jacun - diss le fmine, che scrupulave dal so omp. - Ah, no po', sacrablt, j no sol stt! - dissl Jacun, ma Catine no crodeve parvie che saveve di ce bande ch'al leve uet. Son passts doi, tr ds e une gnot si sintt el rumr te cantine e 'l gjat nol podeve jessi, pal fat ch'al ere in cjase e nancje el so omp. Spiant ben le orle, si sintive come se cualchidn al bals sgavarnt laj in cantine. - Ma cui isal te nestre cantine? - diss le vecje, che j vignive ogni pl un pan di pre. Tal doman e' n vidt che i caratei e' erin stts virts e 'ndi vevin trt 'nevre.- Jacun, ti prei, dmi le verett! - Folc che ti trai, ma t tu avariis, fmine! -. Alore Jacun al penst di cir di regol lui le cuistin. Siarade le cantine cu le clf, 'l lt a durm e le mitude sot dal cussn. Al durmive par mt di d, spiant le orele par sint cualchi gnuvitt. Le s fmine 'e preave rosri, cuanche 'l sintt ben, travirs da' prejeris, rumrs de cantine, come se balssin la stajare laj. A cort j juste par sintsi a cjoli vie di cualchidn: - Cui che tu ss, ven fr di l! - Ah no po', ven dentri tu! -. Al cirt te sachete e nol cjatt ne... le clf 'e ere te cjamere. Tal doman al fevelt cul plevan che j mandt un frari. In ch sere e' son lts j, e' n viarte le puarte e... 'l vignt fr el davi. Cun tune ridade el Diul al butt par tiare duc' e dut, Jacun, frari, crs, lum e aghesante. E l dut un vaul pe' botis e intant el Diul... spart. Alore e' passin li' zornadis e une di Jacun al fevelave cul copri Tite. - Spiete, mo, che forsit lu cjantonin! ? dissl Tite, el muredr. Mitude in pins une bote cuasi plene di vin, e' n tirt dongje te cantine un cuvirtin pesantn di cjastinr e dute robe par f mr. Veli le sere e 'l vignt dongje ancje el Cudic' che 'l tact a trinc come un mat drenti te bote; cun pieris e malte 'e n cuvirt dut e dopo e' n siart s par simpri le puarte di ch cantine. Ancjim in d di vu e j le puarte murade e dal Diulin no si plui sintt fevel. BURI

Il diavolo nella botte   
In una casa di questo paese abitavano, un tempo, due vecchi coniugi: - Sentite che cosa successo nella loro cantina! ?. Una sera la donna stava recitando il rosario, quando ha sentito dei rumori provenire dalla cantina. - Sar il gatto ? ha detto. L'indomani la vecchia scesa, ma non ha trovato alcun gatto, mentre, a terra, ha notato un boccale vuoto e una delle botti era senza tappo. - Ah, Giacomo, Giacomo! -  ha esclamato la donna, che sospettava di suo marito. - Ah, no, sacripante, non sono stato io! - ha risposto Giacomo; ma Caterina non gli credeva, perch conosceva il suo lato debole. Sono passati due o tre giorni e si sono fatti sentire nuovamente, di notte, i rumori in cantina, ma non poteva trattarsi del gatto, che era l, in casa, e nemmeno poteva essere il marito. Rizzando l'orecchio, le parso di sentire gente che ballava, sghignazzando. - Ma chi pu essere nella nostra cantina? - si chiesta la vecchia, alla quale era venuta la pelle d'oca dalla paura. Il giorno dopo, si sono accorti che le botti erano state aperte e da esse era stato asportato parecchio vino. - Giacomo, ti prego, dimmi la verit! -. - Ti venga un colpo, moglie, stai vaneggiando! -. Allora Giacomo ha pensato di sistemare da solo la faccenda. Chiusa la cantina, andato a dormire e ha messo la chiave sotto il cuscino. Per non dormiva, tendeva l'orecchio per percepire rumori sospetti. Sentiva la moglie che recitava il rosario, quando, ad un tratto, ha udito, frammisti alle preghiere, dei suoni provenire dalla cantina: sembrava che qualcuno ballasse la "stajare" l sotto. E' sceso ed ha intimato: - Chiunque tu sia, vieni fuori! - Neanche per sogno, vieni dentro tu! ? si sentito canzonare. Ha infilato la mano in tasca... la chiave era rimasta in camera. L'indomani si confidato con il parroco, il quale ha inviato da lui un frate. Alla sera, sono scesi in cantina, hanno aperto la porta ed scoppiato un finimondo. Con una risata il Diavolo ha gettato a terra tutto e tutti, Giacomo, il frate, la croce, il lume e l'acqua santa. Ed era tutto un gemere, per le botte, e intanto il Diavolo... era sparito. Trascorsi alcuni giorni, Giacomo si trovato con Tite, il suo compare. - Aspetta, che forse ho trovato il modo di buggerarlo! - ha detto Tite, il muratore. Dopo aver sistemato in cantina una botte quasi piena, hanno portato un coperchio di castagno, molto pesante e hanno radunato tutto l'occorrente per costruire un muro. La sera tornato anche il Diavolo e, mentre questo si messo a tracannare, come un matto, il vino dentro la botte, Giacomo e Tite si sono precipitati a chiudere tutto e poi, con pietre e malta, ha chiuso definitivamente la porta della cantina. La porta murata ancor oggi e del Diavolo non si pi sentito parlare. BUTTRIO

Le sire danade

231. Une volte e stave a Dplis une sire che veve tant imbrot, robt... par fsi sire. El so omp al scoment a sintsi in colpe e l diseve. Tornn, fasn in maniere di torn chei bs che vin robt a duc i pars! . Ah diss la sire tre giorni di inferno e si gi usati! . Alore, cuanche j murte, le viodvin in c in l, e sintivin a tirs aghe tal po. E cjatavin le vacjs in te stale dutis ingropadis... Une fmine che ere a cjap-s lidric, e sintt a d une sivilade, e cjale e le vit chiste sire sul arbul. Cjoh, e cjapade tante pre che vist duc. E dopo e n clamt el predi a bined. Ma al prin predi che l vignt a sconzurle, le danade e dit: No chel l, nol rive a risolvi! . Dopo al vignt chel predi just e cuss le n siarade, le n inmurade in tun cjanton, sconzurade par simpri. E no si plui sintt ne! Si sintive a d cuss dai vecjos, che cualchi dant lu vevin siart cu le malte tal mr e cualchi altri su le Mont Cjalne. DOLEGNAN

La ricca dannata
231. Abitava un tempo a Ipplis una donna ricca, la quale aveva assai imbrogliato e rubato... per diventare ricca. Suo marito, che iniziava a nutrire sensi di colpa, le disse: Facciamo in modo di rendere quel denaro che abbiamo rubato alla povera gente! . Ah rispose la donna tre giorni di inferno e si gi usati! . Dopo la sua morte, la vedevano vagare qua e l, la sentivano attingere acqua dal pozzo. Nella stalla, trovavano le mucche con le catene aggrovigliate... Una donna, intenta a raccogliere il radicchio, aveva udito un sibilo e alzando gli occhi aveva scorto la signora su un albero. Spaventatissima, si era affrettata a dare lallarme. Cos hanno chiamato un prete per benedire. Quando questo si presentato e stava per iniziare gli scongiuri, la dannata ha detto: No, quello l non ce la fa! . Poi venuto un secondo prete, il quale riuscito a rinchiuderla, a murarla in un angolo, allontanata per sempre con gli scongiuri e, di lei, non si sentito pi nulla. Si sentiva raccontare dai vecchi che qualche dannato era stato chiuso nelle pareti con la malta, mentre altri dannati li mandavano, sempre con gli scongiuri, sul Monte Canin. DOLEGNANO


Le casse su le strade

265. La gnot dai Sants al ere proibt l atr. Ma un zovin al ere stt a moros insts. Tornant a cjase, dut un colp, si fronte une casse propi tal mie de strade. Sich lui al cirive di pass di une bande e la casse a sbrissave ancje l a fermaj la strade. Al cirive di pass di chetre e la casse a sbrissave ancje j di l. E ancje si sintive une vs a vign fr da casse: La gnot j m... la gnot j m...! . Insome al scomenzave a v pre chist fantt, nol saveve ce f cun chiste casse di mart devant. Alore j vignt finalmenti tal cjf di f cuss. Al tornt cuatri ps indar e, cjapade la corse, cun dut el coragjo chal veve: Ben dissl se la gnot j t, la strade invessi j m! . E l fat un saltn e l lt dil. E vie lui corint a cjase. CLAUJN

La bara sulla strada
265. La notte dOgnissanti era proibito andare in giro. Un giovanotto, senza tener conto di ci, era stato a far visita alla fidanzata. Nel rincasare gli si par dinanzi, allimprovviso e proprio in mezzo alla strada, una cassa da morto. Cerc pi volte di aggirarla e passare oltre ma, ogni volta, la cassa, come scivolando sul terreno, gli si poneva davanti a sbarrargli la strada. E si sentiva una voce provenire dalla bara: La notte mia... la notte mia...! . Il giovane cominciava proprio ad avere paura e non sapeva come liberarsi di questa bara che gli impediva di proseguire. Allora gli venne unidea: indietreggi di quattro passi e, presa la rincorsa e raccogliendo tutto il suo coraggio, scavalc con un salto la bara dicendo: Bene, se la notte tua, la strada invece mia! . E poi via, correndo, fino a casa. CLAUIANO


Lorli-avs

291. Una volta a disevin che prin chal muri un cristian, si sintiva un orli in cjasa. Ma chista vera, a mi sucedt ancja a mi. Al era lt via me fi a f spesis a Sividt in machina. E j eri in cjasa, e sint chist orli ta cantina a bati... tuc, tuc, tuc, come chei orlis di una volta, voi a viodi, ma no cjati na e dopo no si sintt plui... Ma propri in chel moment me fi al vt un incident, che dopo doi ms al murt. ALBANA

Lorologio che avvisava
291. In passato dicevano che, prima della morte di una persona, si sentisse battere un orologio tra le pareti di casa. Ed vero, questa cosa capitata anche a me. Un giorno, che mio figlio era andato con lautomobile a Cividale per fare acquisti e io ero rimasta a casa, sentivo in cantina come un orologio che batteva... tuc, tuc, tuc... come gli orologi di una volta: sono scesa a vedere, ma non ho visto nulla e, dopo un po, non lho pi sentito. Ma proprio in quellattimo mio figlio aveva avuto un incidente, a sei mesi del quale era morto. ALBANA

355 - La mari di San Pieri

La mari di San Pieri a ere tant invidiose di dut e di duc. Cuanchea j muarte, lade tal Purgatori, ma dafnz... j vre par torn s... San Pieri l tant suplict el Signr di tirle-s e dj e torne dj, une d el Signr, strac: - Bon, bon - dissal - ti concedari, tirile-s, se rive. Tu cjolis une grampe di pivcs di cve par intrea une cuarde e tu j ds che si cjapi pa ch e tu tiris su. -. Alore el ven un Agnul e l bute-j chiste cuarde di pivcs. La mari di San Pieri, contente, johi, cjape la cuarde e si tire-s. Ma tantis di chs animutis, che si rimpinvin pa ch cotolnis... che ancje lr cirivin di l-s e j brinf e brinf cu lis gjambis, les sbalotave par che vadin j. E tant sbalott che la ceve... batabnf... si romp e j colde tal Purgatori. DOLEGNAN

La madre di San Pietro
La madre di San Pietro era molto invidiosa di tutto e di tutti. Quando mor, fin in Purgatorio, ma talmente in basso che sarebbe stata impresa ardua tornarsene su... San Pietro tanto supplic il Signore di poterla tirare su, talmente insistette che, alla fine, questi cedette per stanchezza e acconsent: - Va bene, ti concedo di tirarla su, se ce la fa. Prendi una manciata di getti di cipolla, intreccia una corda, alla quale si possa aggrappare e tirala su. -. Allora arriv un Angelo e le lanci questa corda di getti di cipolla. La madre di San Pietro, contentissima, afferr la corda e inizi a salire. Ma, in quella, tante piccole anime, nellintento di risalire anchesse, si aggrapparono alla sua lunga sottana... e lei scalciava, le scuoteva per rimandarle gi. E tanto si dibatt che la corda di getti di cipolla... patapunf... si spezz, facendola ripiombare nel Purgatorio. DOLEGNANO



Mestri sore duc i mestris

358. Alore e levin atr el Signr e i Apuestui, e son passts devant di une farie, l chal ere un fri tant brf chal voleve sei clamt "mestri sore duc i mestris". El Signr j dit: Sint, mo, mestri sore duc i mestris, stu bon tu di indrej la gobe a chel vicjt, al? . Al ere propri l dongje un vicjt chal cjalave. Ben, Pieri, cjpilu dissal l Signr e mtilu su le fusne! . Eh no, cj, ce fasso, copiso chel par omp? . Ne, lu cjape, lu met sul incin, cuatri marcjeldis e p... sence scotsi, n ne, vn a stj che chel vicjt al tornt biel dret come un fantt. El fari al veve cjalt dut, maravet: Cjale mo, o i ancje j mi pari a cjase chal gobo prpit cuss! . Alore l si cjape-s, el va cjase, alclame so pari: Ven c dissal che ti indreci la schene come cho i vidt a f di un omp chal stt in te farie! Cj, so pari no j oreve si mitt su le fusine, ce po... ne ce f, el fi lu cjape, lu met su le fusine, el bat, ma a le fin el vecjo l ere copt. Alore chist mestri sore duc i mestris al cort a clam el Signr. El Signr l vignt al e, cun tune sole batude, lu tornt a meti a puest. Viodso dissal l Signr no si di sedi mestri sore duc i mestris, che no l esist un mestri che cheltri no l sedi mir! . ULIS

Il maestro di tutti i maestri
358. Mentre vagabondavano assieme, il Signore e gli Apostoli passarono davanti alla bottega di un fabbro, il quale era tanto bravo, che pretendeva di essere chiamato maestro di tutti i maestri. Gli disse il Signore: Sta a sentire, maestro di tutti i maestri: saresti capace di raddrizzare la gobba a qual vecchietto? . E cera appunto, l vicino, un vecchietto, che li guardava. Bene, Pietro ordin il Signore prendilo e mettilo sulla fucina! . Ma che cosa fate? Non avrete intenzione di ammazzarlo, quel poveretto! . Senza indugio, il vecchio venne afferrato, messo sullincudine, quattro martellate e op... senza subire una scottatura, n altri inconvenienti, il vecchietto si ritrov bello diritto come un giovanotto. E il fabbro, che aveva assistito a tutto questo con grande meraviglia: A pensarci bene, anche mio padre curvo, come lo era quel vecchietto! . Allora and a casa sua, chiam il pa-dre e gli disse: Vieni qua, che ti voglio raddrizzare la schiena, come ho appena visto fare da quel tale che stato nella mia bottega! . Ovviamente, suo padre non ne voleva sapere, di essere messo sulla fucina... ma il figlio non intese ragioni, lo prese, lo mise sulla fucina, lo martell: alla fine, il vecchio era morto. Allora, questo maestro di tutti i maestri si precipit a chiamare il Signore, il quale torn e, con un sol colpo, rimise tutto a posto. Vedete disse il Signore che cosa succede a chi si crede il maestro di tutti imaestri? Non esiste maestro, per quanto grande, che non se ne possa trovare uno migliore! OLEIS


El Signr e San Pieri

360. Une d el Signr e San Pieri a son rivts in tun pas, stracs, e si n fermts in tune fame. E chei a vevin el forment, a vevin lavorn, e n dit cuss: N us din di durm a ch, ma doman che vin tant lavr, nus judars! . Alore a clamin tal doman, ma chei doi, cha erin pognts sul fen parsore da stale, no jevin. El paron, inrabit al va s pa scjale e j d une pocade al prin, San Pieri. Ma nuje, no jevin. E l Signr a j ven dl di Pieri, macolt e l ds: Pieri, spiete, tu s stt fin cum di ch bande, cum vegni j, l! . El paron, dopo un pc, al torne s e j d cun tun bostn, ma no al prin distirt. Al diseve: O i dt vonde a chel cul, cum j doi a cheltri! . E lis cjapadis simpri Pieri chal veve gambit puest. Dopo el Signr e San Pieri si n jevts. Il Signr el domandt a Pieri un fuminant: lu impit e lu butt sul grum di forment; el lt el stranc di une bande e l gran di chetre. Dut a puest, buratt. La int di une tre fame viodt che l Signr al veve fat cuss, e n dt fc ancje lr, ma n brust s dut, parceche dome l Signr al pol f meracui. PREMARIS

Il Signore e San Pietro
360. Un giorno il Signore e San Pietro arrivarono in un paese e, siccome erano stanchi, si fermarono presso una famiglia. Era il periodo del raccolto del frumento e quella gente aveva parecchio lavoro, per cui dissero: Noi vi offriamo un posto per dormire, per domani ci darete una mano, visto che abbiamo parecchio lavoro da sbrigare! . Cos, lindomani li andarono a sve-gliare, ma i due, che se ne stavano sdraiati sul fieno, sopra la stalla, non si alzarono. Il padrone di casa, molto adirato, sal la scala e al primo che trov l, disteso, vale a dire a San Pietro, diede uno spintone. Ma neanche in questo modo riusc a far alzare i due. Il Signore, vedendo San Pietro tutto ammaccato, ne ebbe compassione e disse: Pietro, aspetta, adesso mi metto io al posto tuo! . Poco dopo, il padrone torn, armato di bastone, e questa volta non se la prese con il primo, ma con il secondo. Disse: Prima ho picchiato laltro, adesso le suono a questo qua! . E, cos, fu bastonato di nuovo Pietro, che nel frattempo aveva fatto lo scambio. Finalmente i due si decisero ad alzarsi. Il Signore chiese a San Pietro un fiammifero, lo accese e lo gett sul cumulo di frumento, che si scompose in due mucchi distinti: da una parte il grano, dallaltra la paglia. E il lavoro era belle fatto. Alcuni vicini, che avevano assistito a questo prodigio, vollero provare a fare lo stesso, e si ritrovarono con il raccolto bruciato: solo il Signore pu operare miracoli! PREMARIACCO


La fmina cjastiada

361. El Signr e San Pieri e erin in zr, come cha savs. E, cj, e vevin fan e via lr a domand pa fameis di mangj. Eh, no vn nia, u siort! diss una fmina. Siora, vso un bocon di pulenta, un toc di pan... una cjicara di lat...? . No vn nia... no pus dus nia! . E via lr di c e di l. Finalmenti e son rivts in tuna fama, la che n dt una cjicarona plena di lat e l e n mangjt tant ben che mai. Alora el Signr al dit in ta chista fama: V, savs ce che vs di f: par via che ss stts tant gjeners, doman, la prima roba che fasars, vs di fla dut el d! . E n contt bs par prin e dopo e n contt dut el d. Ma el Signr dit ancja a la prima fmina cuss (ch che diseva di no v nia e, invessi, vva...). Tal doman di matina chista fmina e j jevada e dit: E vars un pcs di bs di cont, cum mi met a cont bs! Ma, prima di mtimi a cont bs... o i di l un moment a servmi...! diss. E j lada via ta chel puest e l restada fin gnot! ORSARIA

La donna punita
361. Il Signore e San Pietro giravano qua e l, come tutti sanno. A un certo punto, avevano fame e andavano nelle case a chiedere qualcosa da mettere sotto i denti. Eh, caro signore, oggi non abbiamo proprio niente, sapete! disse una donna. Non avreste, signora, un boccone di polenta, un tozzo di pane... una scodella di latte...? . Non abbiamo niente... non posso darvi niente! . Ed essi continuarono il loro giro. Finalmente arrivarono in una casa dove ricevettero una grande scodella di latte e poterono mangiare a saziet. Il Signore disse a quella gente: Dal momento che siete stati cos generosi, io vi dico che la prima azione che compirete, domani mattina, la ripeterete per tutto il giorno! . E il giorno seguente, quelle persone iniziarono la giornata contando soldi, e continuarono a contarne per tutto il d. Il Signore, per, aveva detto la stessa frase anche alla donna che gli aveva mentito, affermando di non aver nulla da potergli offrire. E quella, lindomani, si era alzata con questa intenzione: Avrei del denaro da contare, e adesso mi ci metto! Ma, prima... penso che andr un momento di l, a servirmi... ! . Ci and e rimase l dentro fino a notte! ORSARIA

El Signr e i bs

362. El Signr e San Pieri e lavin atr. Ma el Signr no l era content, parceche l viodeva che la int no era mai dal dut contenta di ce chal faseva c e l. Alora une d el Signr j dit a San Pieri: Cjla, mo, Pieri dissal cum o i propi di invent una roba che la int di orj ben plui che no a mi! . Po, cemt dissl Pieri no tu ps f una roba compagna. T tu ss dut, no po sei una roba plui impuartanta di te! . E cuss el Signr al inventt i bcs e, una volta che l inventt i bs, la int no j plui ort ben al Signr, e orevin ben ai bs. ORSARIA


Il Signore e il denaro
362. Il Signore e San Pietro vagabondavano. Ma il Signore non era soddisfatto, perch vedeva che la gente non era mai contenta di quanto lui faceva qua e l. Allora, un giorno, disse a San Pietro: Guarda, Pietro, adesso voglio proprio inventare una cosa alla quale la gente sar devota pi di quanto non lo sia a me! . Impossibile, Signore, che tu possa inventare una cosa del genere. Tu sei tutto, non potr mai esistere nulla che sia pi importante di te! rispose Pietro. E fu cos che il Signore invent il denaro e, da quel momento, la gente non ha pi amato Lui, ma i soldi. ORSARIA

Cerneglns partt vie de Tr

368. M none e contave simpri che el mutf che Cerneglns al stt partt vie de Tr a vignive par colpe di un fat di sanc chal ere sucedt ch dongje. Ce erie sucedt? Che in tune strade che ere ancje vonde strete, el predi al leve cu le int a part el Signr. Di chetre bande al vignive un sir de zone cul cjaval. E lore cualchidun al veve di spostsi a man. Al pr che chel a cjaval nol si vedi spostt par nie e chei che levin a part el Signr e n scugnt spostsi un pc di pui. Alore el predi al protestt, vignude fr une contese e dopo ancje un tic di barufe. Cenon, el sir che l ere armt cun tun archibs o une pistole di chei timps, al trat un colp al predi, che l pr che j vej cjapt tal bra o te man. Alore chist predi, che l piardeve sanc, in chel moment al al dite: Chel sanc ch al vegnar lavt de aghe de Tr! . E chel timp l le Tr e veve aghe, no erin rois che j gjavavin le aghe. E une gnot e j vignude une torde che partt vie el pas, ansit al stt dividt in doi, chel di c bande Remanzs e chel toc di l bande Pradaman, clamt Cerneglns vecjo. E le nestre int une volte j davin le colpe che le aghe e veve partt vie el pas, a chel fat di sanc cuanche chel siort j veve trt al predi. CERNEGLNS

Cerneglns spazzato via dal Torre
368. Mia nonna raccontava sempre che il motivo, per il quale Cerneglns era stato spazzato via dalle acque del Torre, era da attribuire a un fatto di sangue accaduto qua, nei paraggi. Che cosa era successo? Lungo una strada alquanto stretta, andava un prete, con i fedeli al seguito, a portare lEucaristia. Dalla parte opposta, arriv un cavaliere del luogo. Luno o gli altri si sarebbero dovuti accostare sulla destra. Il cavaliere, a quanto sembra, non manifest la minima intenzione di farsi da parte, cos, il prete con lEucaristia e il suo seguito furono costretti a dargli strada. Alle rimostranze del prete, nacque una discussione che, ben presto, degener in un litigio, tanto che il signorotto, che era armato di archibugio o di altra arma dellepoca, spar al prete, colpendolo a un braccio o a una mano. E il prete, che perdeva sangue, gli disse: Questo sangue verr lavato dalle acque del Torre! . In quei tempi, il Torre era ricco dacqua, perch non cerano rogge che la prelevassero. Cos, una notte, tracim e spazz via il paese o, per meglio dire, lo divise in due: attualmente, su una sponda c Remanzacco e, su quella opposta, Pradamano, detta, appunto, Cerneglns vecchia. La nostra gente era convinta che, se lacqua aveva distrutto il paese, ci fosse in conseguenza di quel remoto fatto di sangue, allorch il signorotto aveva osato sparare al prete. CERNEGLNS


I cjascjelants

374. Une volte e arin i cjascjelants, c, in Fril che stavin tai cjascjei. Int triste che lavin a cjap s frutatis e lis menavin l e lis sieravin dentri. E fasevin ce che orevin di lr... e insome fr no saltavin plui. Gno pari al contave chel che l sucedt a Purissin, le int no podeve plui sapuart li angariis di chisc cjascjelants, e n penst di f une rivolusin e butu j. Sich, e n penst cuss: par dut l che stavin, une gnot scure scure, e n mitt adun duc i trops di pioris che vevin, e n pet intr a ognidune un lusorut, di chei a ueli. E lis n paradis s pa salide dal cjascjel. Chei che arin l dentri, cjoh... a viodisi riv duc chei lusoruts dentri, no n podt f nie: i contadins e n assaltt el cjascjel di un tre bande e e n distrt e brust s dut. Dopo dinchevolte a no si plui sintt a cjacar di chei granc siorts, di chei cjascjelants che tormentavin i pars contadins. MANZAN

I castellani
374. Un tempo, in Friuli, esistevano i castellani, i quali dimoravano nei castelli. Era gente malvagia, che rapiva le fanciulle, le teneva prigioniere e ne faceva ci che voleva... praticamente, le malcapitate non ne uscivano pi. Mio padre mi ha raccontato quello che avvenuto a Purgessimo: i contadini, non potendo pi sopportare le angherie dei castellani, pensarono di organizzare una rivolta. Escogitarono questo tranello: in una notte particolarmente buia, radunarono tutti i greggi di pecore delle zone circostanti e, al collo di ogni animale appesero un piccolo lume a olio. Poi, sospinsero le pecore verso la salita del castello. Gli abitanti del castello furono colti di sorpresa da quella miriade di lumicini... tanto che, dalla parte opposta, i contadini ebbero il tempo di organizzare lassalto e dare alle fiamme il maniero. Da quella volta, non si pi sentito parlare di quei signori cos tremendi, di quei castellani che angariavano la povera gente. MANZANO


I conts sassns

381. A Manzan a contavin che une volte a erin i conts di Manzan l dal cjastiel. No buine int. Cuanche ur pareve, lr a fasevin clam zovinis tal cjastiel, e fasevin ce che orevin di chs puaris cristianis. E dopo, par che no contin, lis fasevin but in tun po. A disevin che tal mie dal cjastiel al ere un grant po, fondonn. E cuss i conts, cuanche erin stufs, lis butavin drenti tal po, l che ere une se che lis faseve a tocs. PREMARIS

I conti assassini
381. A Manzano si racconta del tempo in cui i conti di Manzano dimoravano nel castello. Non era buona gente. Tutte le volte che lo desideravano, facevano venire delle giovani donne nel castello e, di quelle povere cristiane, facevano ci che volevano. Poi, perch non lo potessero dire in giro, le facevano gettare in un pozzo. Dicevano che ci fosse un grande pozzo, profondissimo, nel centro del castello. E cos i conti, quando ne avevano avuto abbastanza, le buttavano dentro al pozzo, in fondo al quale cera una sega che le faceva a pezzi. PREMARIACCO


Di una mont a ch tra

409. Una volta a era ancja una besteta, una liperta, j disvin, che cjapada la coda in te bocja, si faseva aroveda e j cuss, rondolant, pe mont. Lultin che le viduda, al stt gno barba in Cuesta Peraria, sot Cjarandis. El sintt una granda sivilada e, po, el vidt chist grant cercli a svol di una mont a ch tra. TOREN

Da una montagna allaltra
409. Una volta esisteva anche una bestiaccia, una liperata, la chiamavano, che si prendeva in bocca la coda e formava una ruota, per poter rotolare gi dalla montagna. Lultimo che lha vista stato mio zio, in Costa Peraria, sotto "Cjarandis". Ha sentito un gran sibilo e poi ha visto questo grande cerchio volare da una montagna allaltra. TORREANO


No cop lis magnis

412. Da magna si sintt, s, s. Ancja un mi barba, l via, prin da vuera, chal veva vacjis e un vigjl, al tignt amns e una d la viduda cha lava s pa gjamba da vacja, a tet. Ma a disevin, ancja, che no si doveva copla, la magna, che, se no, a crepava la vacja e ancja el vigjl. Cualchidn al diseva ancja chal era furtunt cui chal cjatava el mil da magna, ma j no i mai capt parceche e disevin cuss. DPLIS

Non bisogna uccidere le bisce
412. Della biscia si sentito parlare proprio tanto. Anche un mio zio vi parlo di un fatto accaduto prima della guerra che aveva delle mucche e un vitello, ha vigilato fino a che, un bel giorno, lha vista attorcigliarsi sulla zampa della mucca, per andare a succhiare il latte dalla mammella. Raccomandavano per di non ammazzare le bisce, altrimenti sarebbero morti la mucca e anche il vitello. Dicevano anche che era fortunato colui che trovava la mela della biscia, ma io non ho mai capito perch si dicesse cos.
IPPLIS


Magnis

413. De magnis si sintive a d ds detulis: che cui che l cjatave el mil da magne, j leve ben dut e, dopo, che no si doveve cop une magne, parceche e puarte disgraziis. DOLEGNAN

Bisce
413. Riguardo alle bisce si facevano due considerazioni: che ogni cosa sarebbe andata per il meglio, a chi avesse trovato la mela della biscia e che non si doveva mai ammazzare uno di questi animali, se si volevano evitare disgrazie. DOLEGNANO


La magna cul mil di aur

415. Li magnis e levin a tet sot das vacjis. Ma no si podeva coplis. Mi nono l copada una ta stala. Tal indoman l cjatt doi purcits murts. Ch storia l era propi vera... E dopo j i sintt a cont chista biela storia in fama, di una magna cul mil di aur. Alora, una volta, una fruta a menava a passon dindats. E j lada cui dindats in te ombrena di un arbul. Dopo un pc el ven un per e j domanda: Cirimi l, ninna, ce cho i! dissal, mostrant el cjf cui cjavei blancs. Alora j cirt di cjatj pedi, ma no l era na. Tu vedars che tu vars un premi pal to bon cr dissal el per. Tal doman a vignuda dongja da fruta una granda magna cul mil daur in bocja. La fruta no veva pra di ch magna. La cognosseva z, i dava ancja di mangj tal gurmalt. Alora e riva l la magna, e d el mil a la fruta. Tant contenta che mai! Ma, dopo cualchi zornada, al passa di l un sir a cjaval, al vit el mil daur tes mans da fruta, e j fat gola. J lu domanddi e na ce f. Alora lui l dismontt di cjaval e j partt via el mil a ch puara fruta. E l cort via cul cjaval. Ma la granda magna no era lontan, era sun tuna culinta l dongja, e veva vidt dut. Alora j vignuda j sburida, e cort tant dar... e cort tant dar, fintrami che l cavalr l scugnt molj j prima el mantel e la sibula e dopo ancja el mil di aur. E la magna j partt dut a ch puara fruta. Cuss finuda. SPESSE

La biscia con la mela doro
415. Le bisce andavano a succhiare il latte dalle mammelle delle mucche, per non si potevano ammazzare. Mio nonno ne aveva uccisa una nella stalla e, il giorno seguente, aveva trovato due maiali morti. una storia veramente accaduta... ma in famiglia ho sentito raccontare anche una bella storia sulla biscia con la mela doro. Una ragazzina portava al pascolo i tacchini. Portandosi appresso gli animali, si ferm allombra di un albero. Di l a poco le si avvicino un uomo povero che, mostrandole il capo canuto, le fece questa richiesta: Prova un po, cara piccina, a controllare se ho qualcosa tra i capelli! . La piccola controll, pensando di trovare dei pidocchi, ma non cera nulla. Vedrai le promise il povero che la tua bont danimo sar premiata! . Lindomani si avvicin alla ragazzina una biscia che teneva in bocca una mela doro. La bimba non ne ebbe timore, la conosceva da tempo, laveva anche lasciata mangiare dal suo grembiulino. Cos la biscia consegn la mela alla bambina, che ne fu felicissima! Qualche giorno pi tardi, pass di l un cavaliere, vide la mela doro in mano alla bambina e, desiderando averla per s, gliela chiese, ma ne ebbe un rifiuto. Cos, scese da cavallo e, strappata la mela alla povera ragazzina, si dilegu. Ma la grande biscia non era lontana: da una vicina collinetta aveva visto tutto e, scesa con la massima rapidit, si era messa a rincorrere il cavaliere, tanto che questi era stato costretto a lasciar cadere prima il mantello e la sciabola e poi anche la mela doro. E tutto questo la biscia aveva consegnato alla povera ragazzina. Ed finita cos. SPESSA


La barufe fra il soreli e le lune

429. Une volte in antc le lune e lusive plui dal soreli. Alore el soreli, che nol podeve plui sopuart, une d al tirt un bar di tiare a le lune. Cuss, dopo di ch volte, le lune e ch figure su le muse, che j tiare che le scuride. Chist l sucedt tant timp fa, mi contave m mari... e dopo cul timp e n tornt a f le ps e ogni an, a le matine di San Zuan, si ju vit che balin insieme, el soreli e le lune. MANZAN

Il bisticcio tra il sole e la luna
429. Nella notte dei tempi la luna era pi splendente del sole. Un bel giorno, non potendo pi tollerare questo stato di cose, il sole tir addosso alla luna una grande zolla di terra. Da quella volta, la luna mostra una faccia che pare disegnata, perch stato quel terriccio a ombreggiarla. Questo accaduto tanto tempo fa, mi raccontava mia madre... poi, col tempo, il sole e la luna hanno rifatto pace e ogni anno, nella ricorrenza di San Giovanni, li si vede danzare insieme, al mattino. MANZANO


Parceche el cjan, el giat e le pantiane si corin dar

430. Une volte, cuanche le bestiis e cjacaravin, al viveve un grant sir, cul so pal... le servitt e al voleve tant ben a le bestiis. Ur dave dut ce che volevin, e vivevin duc in armunie. Ma une d e n tact a pensle, chistis bestiis: Tu tu nus vuelis ben, ma se un doman tu tu mancjis, ce sucedial? . Po ben, o lassi un testament e cuss vutris o ss sigrs che dopo sars tratts ben come prime! e alore al lasse scrit in tune letare chist testament par lr. E dopo le bestiis e si consein: E cum ce vno di f, par che no nus sparissi? al dit el cjan. El gjat al ds: Spete, metinlu tal trf sul solr! e l lt a meti chiste letare tal trf. Al ven el d, el brut moment che chist sir al mr. Alore, apene murt el sir, le servitt coment a tonton... a pest: Fr di c, cjans e giats, sin stufs di viodius! . No e n dite le bestiis no o vin dirit di st ch, parceche nus lasst el testament! . Bon, partilu fr chist testament! . Ben, ann a cjilu! al ds el cjan al gjat. El gjat al va s sul trf... ma le pantiane e veve roset le cjarte. Alore e van a lei e si cjatave scrit dome "dare a cani e gatti". E dopo di ch volte el cjan al scoment a cori dar al giat: Parc tu, stupit di gjat stu lt a mtile lass? . E el gjat a j cr dar a le pantiane parceche e roset le cjarte. RISAN

Perch il cane, il gatto e il topo si rincorrono
430. Una volta , quando gli animali parlavano, viveva un gran signore, in un palazzo... con tanto di servit e amava molto gli animali. Dava loro tutto ci che desideravano e vivevano tutti in armonia. Ma un giorno gli animali, preoccupati, dissero: Tu ci vuoi bene, vero, ma che cosa ne sarebbe di noi, se tu venissi a mancare? . Non preoccupatevi, io lascer un testamento, cos sarete sicuri di continuare a essere trattati come prima! e scrisse in una lettera le sue volont. Gli animali si riunirono per discutere: E ora come faremo, per evitare che il testamento sparisca? intervenne il cane. Propose il gatto: Nascondiamolo in solaio, su una trave! e and a collocare la lettera sulla trave. Un brutto giorno, il padrone mor e, di l a poco, la servit cominci a protestare... a maltrattare: Fuori da questa casa, cani e gatti, ch non vi vogliamo pi vedere! . Nemmeno per idea risposero gli animali abbiamo il diritto di rimanere qui, c un testamento a nostro favore! . Molto bene, mostrateci questo testamento! . Ebbene, andiamo a prenderlo! disse il cane al gatto. Il gatto sal sulla trave... ma un topo aveva rosicchiato il foglio. Sul brandello rimasto si riuscivano a leggere queste sole parole: dare a cani e gatti. Da quel giorno, il cane ha preso a rincorrere il gatto: Perch, stupido gatto, sei andato a mettere lass il documento? . E il gatto, a sua volta, rincorre il topo, perch ha rosicchiato la carta! RISANO


Le Miserie e le Murt

431. Miserie e ere une fmine vecje che viveve bessole in mie dal bosc, in tune cjasute vecje: e tirave indenant cemt che podeve. Une d al passt par l un mago, si fat pass ar viandant e al dit: No tu s alc di dmi di mangj? . Eh, o i dome chel pan ach, dividnlu, un toc j e un toc tu! . Alore lui: Vit, tu ss stade cuss gjenerose che j ti lassi une bachete, che, l che tu tocjis, ch robe si ferme! . S, s, grassis! . Dopo un pc di timp, e capite l le Murt, cu le crepe, el mantel neri e le fal: Miserie, cemt statu? J soi vignude a cjti: e j ore, tu ss ormai vecje!" . S, s, e j vere! diss Ben, ma no i miche di vign vie cuss, lasse che ledi un pc a preparmi, a vistmi un pc mir! . S, s... . Ben, val sun chel ficr, mangje alc intant che j mi prepari! . Bon, s, s e le Murt j lade su sun chel ficr. Alore, Miserie si prepare, po e ven j a la svelte, j d cu le bachete a chist len di ficr e e ds: Cj, vit che j soi pronte, tu podis vign j, podn l vie insieme! ma le Murt e prove... e no rive a distacsi dal ficr. Ven j, po! . Eh, no pus vign j! . E alore tu sts l! . Cuss, dopo di ch volte, le Murt e j restade sul ficr e le Miserie j restade su le tiare. RISAN

La Miseria e la Morte
431. Miseria era una vecchia che viveva da sola in mezzo al bosco, in una vecchia casupola: tirava avanti alla meno peggio. Un giorno pass di l un mago, il quale si spacci da viandante e le chiese: Non avresti qualcosa da darmi da mangiare? . Non ho che un tozzo di pane, ma possiamo dividerlo a met! . Le disse il mago: Dal momento che ti sei mostrata tanto generosa, io ti lascer questa bacchetta, che ha la propriet di rendere immobile ci che tocca. . Oh, grazie, grazie! Dopo qualche tempo capit l la Morte, con il teschio, il mantello nero e la falce: Come stai, Miseria? Io sono venuta a prenderti: lora, ormai sei vecchia! S, vero ammise Miseria ma non vorrai che venga via in questo stato, permettimi di andare a riassettarmi, a vestirmi un po meglio! . E sia... . Mentre mi preparo, potresti salire su quel fico e mangiare qualche frutto! . Buona idea. e la Morte sal sul fico. Miseria si prepar, poi scese in fretta e, con la bacchetta, tocc il tronco del fico, dicendo: Guarda che sono pronta: adesso puoi scendere, che ce ne andiamo! . La Morte fece per scendere... ma non riusc a staccarsi dallalbero. Coraggio, scendi! . Non ci riesco! . E allora resta l! . Da allora la Morte rimasta sul fico e la Miseria sulla terra. RISANO