Tiaris di Cjanal del Fier
Terre del Canal del Ferro


Curatore:
Antonino Danelutto
Ricercatori: Giorgio Cividino, Antonino Danelutto, Mario Faleschini, Adele Indino, Dalma Indino, Luciana Marcon, Maurizio Puntin, Dolores Soprano
Traduzione testi: Antonino Danelutto
Consulente linguistico: Giancarlo Ricci
Illustrazioni: Emanuele Bertossi, Marco Brollo, Massimiliano de Pelca, Alessandra dEste, Nadia Gubiani, Marisa Moretti, Stefano Ornella, Erika Pittis, Bernarda Visentini
Copertina: Marisa Moretti

Lorizzonte mitico del Canal del Ferro
DOMENICO ZANNIER

Stretto e incassato tra le rocce ferrigne il Canal del Ferro si allarga di tanto in tanto in diramazioni vallive laterali e conche di intenso effetto paesaggistico. Lo scenario di Moggio uno dei pi pittoreschi dellintero arco alpino. Resiutta conduce agli assolati pendii di Resia. Chiusaforte apre con la Val Raccolana verso Sella Nevea. Il trono regale del Montasio si specchia nel Fella a Dogna con i rosei riflessi di una eterna aurora. Pontebba corona la valle e introduce alla Val Canale dai vasti boschi, preludio alle estese valli della Carinzia lacustre. Per il Canal del Ferro sono passati popoli e popoli e tutti hanno lasciato le loro tracce toponomastiche. Ma dopo duemila anni notevole il fatto che persista una latinit celtica, a dispetto di tutte le invasioni ricorrenti. Giuseppe Marchetti parlava di itatinizzazione della vallata, ma a mio avviso i tratti di antichissima conservativit linguistica inducono a una presenza linguistica molteplice e di confronto in cui di nuovo prevalso il discorso latino. Prova ne sia la conservazione nel Canal del Ferro, come in poche altre aree del friulano rilevabili in Carnia, del nesso "int" per il latino "ant" constatabile negli esiti "vvint, vignivint" (latino "habebant", "veniebant" ecc.). La "t" finale caduta in tutto il territorio ladino. Dicevamo che il confronto tra pi culture ha portato senza dubbio a una conservativit da un lato e a una evoluzione dallaltro e inoltre ha arricchito il bagaglio mitico e leggendario delle tradizioni popolari. Gi Michele Gortani rilevava il ricco folclore narrativo delle genti del Canal del Ferro, di cui rivelava le affinit con analoghi esiti mitici della Carnia e dellintero Friuli, staccandoli nel contempo dal mondo di Resia e della Val Canale, contigui, ma etnicamente diversi. Di striis e di orcui (streghe e orchi) pieno luniverso popolare. E cos pure di gnomi, folletti, maghi, di esseri primitivi, di diavoli. Un grande rilievo hanno le aganis, specie di ninfe o niadi, i cui connotati differiscono da quelli ipotizzati in altre parti della Regione. Un tratto caratteristico quello di avere i piedi a rovescio e talvolta anche i polpacci. Sono dipinte come vecchie e brutte, quasi confondendole con le streghe, o bionde e bianche e pure belle. Possono avere anche una loro regina ornata doro. Viene attribuita alle aganis anche una sorta di antropofagia, come fossero delle sirene omeriche, che rapiscono gli uomini. Sarebbe utile accostare questi particolari mitici ad altre culture per un pi approfondito discorso delle origini. La lista si allunga con lorco sempre localizzato in un determinato ambiente: la Val Raccolana, il Fontanon, Casasola, Povici (S ti), il Monte Amariana. La sua tipologia non presenta aspetti diversificati dal resto del territorio friulano. Stessa sorte tocca al vncul, personificazione dellincubo notturno. Quando arriviamo agli "Spiriti" ci troviamo di fronte a un mondo di proiezione ultraterrena della vita, quasi un intreccio tra mondo visibile e invisibile, tra forze di personaggi evocati dalle tenebre del mistero eppure radicati nella realt paesana. La Bbeberte e la Mri da le gnot ci rituffano nelle paure della preistoria. Anche se in seguito adoperati per i fanciulli, questi miti non sono nati per il mondo infantile. Nellevoluzione dei millenni sono stati come derubricati e declassificati. E che dire di striis e striaments (streghe e stregonerie)? Siamo in compagnia di un universo culturale che abbraccia larea mediterranea come quella nordica e alpi-na, senza distinzione di gruppi linguistici. la rimozione della donna, il cui potere vitale ingenera nelluomo ancestrali paure. La localizzazione ambientale di rito anche per le streghe e del resto per varie persone tuttora non leggenda, ma credenza. La civilt dei monti e dei campi sfuma in una misteriosa atmosfera di sortilegi e di malefici. Ne fanno le spese pe lo pi gli animali domestici, spesso unica sostanziosa fonte di sostentamento: mucche e maiali. Si aggiungano le possessioni diaboliche. C sempre un alleanza tra la strega e il demonio. A dispetto di quanto proclamava Giosu Carducci a proposito dei miti carnici, qui non evitabile latmosfera cupa del Nord, almeno del tutto. Il diavolo e i dannati fanno parte dellessere del mondo e partecipano al suo perenne travaglio. Decisamente pi serena e confortevole la visione dei morti e dei santi. il ritorno dei trapassati nel focolare in cui ha palpitato il loro cuore e dove vibra la vita dei loro discendenti e la stirpe continua. I Friulani non hanno bisogno di copiare miti e feste perch le zucche intagliate e illuminate dallinterno sono sempre state di casa. Le processioni dei defunti sono pellegrinaggi di speranza e rinnovano il contratto tra morti e vivi senza soluzione di continuit. Ed chel tri mont (il mondo dellaldil) a irrompere nella realt dogni giorno. Fioriscono nomi singolari: Marcandle, Bele, Zefro. Il confine tra la terra e il cielo, tra il quotidiano e il magico non esiste. Possiamo quindi passare nel prosieguo di questo volume, che fa parte di una vasta collana abbracciante lintero Friuli, ai racconti di tesori scoperti o ritrovati e a quelli sullorigine di un luogo, alle narrazioni tra fiaba e storica realt, variamente mescolate. Ce ne sono per tutti i gusti del fantastico. Si riflettono in esse culture antiche, memorie sopite e trasformate dal tempo, episodi vissuti, temi morali. Troviamo inserite preghiere e devozioni popolari, storie di santi e di chiese, episodi di scongiuro apotropaico degli avversi elementi atmosferici. E infine, dopo un immaginoso "bestiario" dal sapore medioevale, dove bisce e serpenti la fanno da padroni, giungiamo a una interessante e varia rassegna di racconti tradizionali. La carrellata finita. Svetta sul suo colle lAbbazia di Moggio da sempre fulcro storico e spirituale di questa vallata tutta friulana. Tutto attorno, paese per paese, pulsa la vita, che senza alcuna retorica, osserviamo responsabile e seria in un mondo piuttosto smarrito. Questo documento mitico e leggendario rester nel tempo a perpetuare la memoria, la cultura e lo spirito della gente del Canal del Ferro, cui auguro un futuro correlato alla sua storia e alla sua civilt.


Les aganis

3. Le aganis a le rin trei vedranis di sclse, vecjis, cha no le volvin sav di nue e di nisun. A son ladis a vivi sot il clapus, dongje le Macile, e cualche vlte a le smontvinj fin ta Fele. A le vvin i ps ladrous e a le vivvin come i salvadis. SCLSE

Le acquane
3. Le acquane erano tre zitelle di Chiusaforte, vecchie, che non volevano sapere di niente e di nessuno. Andarono a vivere sotto una roccia sporgente, a fianco della Macile, e tavolta scendevano gi fino al Fella. Avevano i piedi girati allindietro e vivevano da selvagge. CHIUSAFORTE

Les trei aganis

7. A lere une vlte une pre fmine, cha le veve une sgrumie di fruts e fra chescj ancje trei frutis. Le fmine a le tirave indavant bessole le barache, parceche lom al ere ator pal mont e nol deve segno di torn dongje. Le trei frutis si barufvin simpri, si pestvin e le mri di continuo ur vosave: S, frutis, cujetisi! Ma nol servive a nue. Le frutis, man man cha le cresvin, a le diventvin simpri pui tristis. Une d a l passade di a une vecje di Rsie, chai disvin cha lere une strie, propi tal moment che le trei frutis si pestvin, si tirvin i cjavei, si sbregvin i grimi, chei di regadin botonts par dar cui botons di soldts. Oh, ce tristis cha son chestis frutis! a l dit le vecje a le mri Mndilis vie, mo, vencil! Sta di fat che cualche sere dopo le frutis a le van, s, a durm, ma tal indoman no le son pui a cjase. Dol sono ladis a finle? a l dit le mri, e cr di ca e cr di l, no le cjatadis di nisune bande. Une d, dopo un brut temporl, a l vignude une montane; chei chai lvin a gladops ai n viodt a bulin sot il "Clap soldt" (a si clame cuss parceche par antc ai n cjatt dongje chel clap un soldt muart), dol cha l une caverne, une bse. Cui ral, po? Le trei frutis, cha le rin diventadis aganis. Eco cui cha son le aganis: trei femenatis tristis, sporcjis, sgjaveladis, sgnarclesis, cha le cjamnin cui ps davantdar, parcechai n il talon davant e le ponte dar.  RACOLANE

Le tre acquane
7. Cera una volta una povera donna, che aveva tanti figli e fra questi anche tre bambine. La donna doveva sopportare da sola il peso della famiglia, perch il marito era in giro per il mondo e non dava alcun segnale di riavvicinamento. Le tre bambine baruffavano sempre, si picchiavano e la madre continuamente le sgridava: Su, bambine, state buone! Ma non serviva a nulla. Le bambine, man mano che crescevano, diventavano sempre pi aggressive. Un giorno pass di l una vecchia di Resia, che dicevano essere una strega, proprio nel momento in cui le tre ragazze si picchiavano, si tiravano i capelli, si strappavano i grembiuli di rigatino, chiusi sulla schiena con bottoni da soldati. Oh, come sono cattive queste ragazze! disse la vecchia alla madre Mandatele via! Sta di fatto che qualche sera dopo le ragazze andarono come al solito a dormire, ma durante la notte scomparvero. Dove sono andate a finire? si chiese la madre, e cerca di qua e cerca di l, non le trov da nessuna parte. Pass qualche tempo e un giorno, dopo un brutto temporale, venne una gran piena; quelli che andavano a raccogliere la legna trasportata dalle acque del fiume notarono un movimento di persone poco pi gi del "Clap soldt" (si chiama cos, perch anticamente l hanno rinvenuto, accanto al masso, un soldato morto), dove si trova una caverna, una buca. E chi si rivede? Le tre ragazze, cherano diventate acquane. Ecco chi sono le acquane: tre donnacce malvagie, sporche, scarmigliate, mocciose, che camminano con i piedi girati allindietro, perch hanno il tallone davanti e la punta dietro. RACCOLANA

Lis aganis

14. Jo vari vt siet o vot agn cuant che, sentt su le bancjute davant di cjase, jo stavi cjalant lghe da le Macile cha le colave j pa le spisande, prpit di ch tre bande da le val, sot li monts di Rsie. Le m atenzion si ere apene spostade sul clapus chal prpit a dongje, cuant cha l rivade m nne. Non le clamvin nne e j vulvin ben come a une nne, ma a lere dome le madrigne di gnostri pri. Jei, rivant, a le fs: Ce stastu cjalant, l s, frut? Jo cjalavi ch buchere cha l sot dal cret, dongje da le Macile, nne. Al il "Clapus da li aganis", chel! E ce isal un clapus? Al come che tu disevis t, une specie di buchere, une grote, une caverne sot dai crets. Chel clapus a, isal tant font? Fin dul rval? E vou seiso mai stade dentri? No, jo no sei mai stade l s, ma cuant che jo eri frute a disvin i vcjos che une vlte al lave indentri fintrami sot da le mont Cjanine, di ch bande di Rsie. Cum, chei che a son stts a dsin chal finis a. Frzit le jentrade a l slacade o frzit no son plui bons di cjatle. Ma chestis aganis rino a st l s, di l da le Fele? Sigr! E jo crout che a segnin ancjem l vie dentri. Lr no son migo fminis come ch tris, ve! No? E cemt sono, po? A son dutis blancjis, vistidis di blanc, cui cjavei clrs come il scus da le panle lis e luncs fin cusi tal cl. Ma le roibe che li rint tant diferentis di dutis ch tris fminis a son i ps: ju n sladrosts! Cemt pudino jessi i ps sladrosts? Insome, i ps ju n par dar e i talons par davant. A stan simpri dentri, sot dal clapus e a vgnin fr dome di gnot, cuant cha l le lune plene. A scugnin st atentis che il sorli no li cjapi di fr, se no a mrin. Vou, nne, li veiso mai viodudis? No, frut, jo no li i mai viodudis, cum al un pie che nisun li viout pui, ma chescj agn, cuant che jo eri frute, jo i cognost tancj di lr che li vvin viodudis, di gnot in ta Fele, intant cha lavvin i linzi dai pars e dopo ju metvin a su di fr dal clapus. E chel gravon chal comence di fr dal clapus e al va j fin ta Fele? Sastu, frut, cun chei ps sladrosts a fasvin fade a cjamin e le mont, a, a l rpide, duncje, chel gravon lu n fat lr a fuarce di ls e j a lav linzi e mtiju a su Di chel moment jo i vt une robe sole tal cjf, par ungrum di timp: l a viodi il "Clapus da li aganis". Jo eri sigr che sares rivt a cjat chel passa segret chal portave tal lr mont. Per al esisteve un problema, jo eri masse pul par pod traviers le Fele e cuant che jo sei diventt avonde grant, par pod pass lghe dibessl, li aganis no mi interesvin pui! Cum il "Clapus da li aganis" al tapont cusi dal dut dai sterprs e ancje il gravon al in gran part inbont, segno che li aganis din ch vlte no son pui tornadis a vign-fr CJASESOLE

Le acquane
14. Potevo avere sette o otto anni quando, seduto sulla panchetta davanti a casa, stavo guardando lacqua del rio Macile che precipitava a cascata dallaltra parte della valle, sotto i monti di Resia. La mia attenzione si era appena spostata su una roccia aggettante poco discosta allorch arriv mia nonna. Noi la chiamavamo nonna e le volevamo bene come fosse la vera nonna, in realt era la matrigna di nostro padre. Ella, avvicinandosi a me, mi chiese: Cosa stai guardando, lass, bambino? Osservo quella cavit sotto la roccia, nei pressi del rio Macile, nonna. Quello il "Claps da li aganis"! - E cos un "claps"? , come dicevi tu, una cavit, una grotta, una caverna ai piedi della roccia. Quel "claps" tanto profondo? Fino dove arriva? E voi, siete mai stata l dentro? No, io non ci sono mai stata, ma quando ero bambina i vecchi raccontavano che una volta quella cavit penetrava nella montagna fin sotto il monte Canin, dalla parte di Resia. Ora, chi vi stato di recente non ha trovato traccia del passaggio. Forse lingresso ostruito da una frana o forse nessuno pi in grado di individuarlo. Ma queste acquane abitavano lass, oltre il fiume Fella? Certo! Io credo che vivano ancora l dentro. Loro non sono mica donne come tutte le altre! No? E perch? Sono completamente bianche di carnagione, hanno vestiti candidi, capelli chiari come le foglie secche della pannocchia, lisci e lunghi fino in fondo alla schiena. Ma ci che le rende diverse dalle altre donne sono i piedi rovesciati! Come sono i piedi rovesciati? Insomma, la punta sta dietro e il tallone davanti. Vivono sempre allinterno della cavit ed escono solo di notte, quando splende la luna piena. Devono stare attente a non prendere il sole, altrimenti muoiono. Voi, nonna, non le avete mai notate? No, bambino, non le ho mai viste; da un po di tempo nessuno le vede pi, ma anni fa, quandero bambina, ho conosciuto tante persone che le avevano sorprese di notte sulle rive del Fella a lavare le lenzuola dei poveri, che poi mettevano ad asciugare davanti al loro riparo. E quel ghiaione che parte dalla cavit e scende fino al fiume? Sai, bambino, loro facevano fatica a camminare con i piedi rovesciati, l il pendio ripido e quel ghiaione opera loro, a forza di andare gi a lavare le lenzuola e tornare su per metterle ad asciugare Da quel momento, e per diversi anni, ebbi un chiodo fisso in testa: andare a visitare il "Claps da li aganis". Ero sicuro di rintracciare quel passaggio segreto che mi avrebbe condotto nel loro mondo. Per cera un ostacolo: il Fella, ed io ero troppo piccolo per guadarlo Quando, ormai cresciuto, potevo attraversare da solo lacqua del fiume, le acquane non mi interessavano pi! Ora il "Claps da li aganis" quasi completamente nascosto dai cespugli ed anche il ghiaione inerbito, segno che da tanto, tanto tempo le acquane non escono pi dal loro rifugio CASASOLA

Lorco

18. Lorco cuss a le contave m mri al ere un omenon grant e gros, chal saltave di ca e di l dal Raclniz. Le int dal Cjanl, cha le vignive fr a pt cui scarpets, a lu podeve scuintr in cualsasi moment. Lui al ere dispetous, al tirave claps, al sbeleave, al faseve brutis bocjatis. Le int a lere stufe di cheste solfe. Une d gno bisnno, chal ere un om coragjous, al cjapes il fusl e lu va a cir. Lu cjate sul Plan da le Siee, al cjame larme cun plvar benedet e al ds: Madone benedete, fa cha j rivi drete! Al tire une sclopetade, lu fers e lorco, cainant, al scjampe viers il Fontanon di Goriude. Din ch d nisun no lu plui viodt. SCLSE

Lorco
18. Lorco cos raccontava mia madre era un omone grande e grosso, che saltava di qua e di l del torrente Raccolana. Gli abitanti della vallata che si recavano in paese (a Chiusaforte), calzando gli scarpetti, lo potevano incontrare in qualsiasi momento. Egli era dispettoso, tirava sassi, mostrava la lingua, faceva le boccacce. La gente era stanca di questa solfa. Un giorno mio bisnonno, uomo coraggioso, prese il fucile e part alla ricerca dellorco. Lo trov sul Pian della Sega, caric larma con polvere benedetta e disse: Madonna benedetta, fa che gli arrivi diritta! Tir una schioppettata e lo fer; lorco, urlando dal dolore, fugg verso il Fontanon di Goriude. Da quel giorno nessuno lo vide pi. CHIUSAFORTE

Lorc da la Mariane

26. Su la mont Mariane, cha l un vulcan studt, oltre ai spirts e a la regjine da li striis, in tune caverne al viveve un orc, chal veve vt di lr il permes di st a. Al ere grandon e pelous, cun ds gjambis grandis, par no d dai bras, cun d afonis e cu li onglis lungjis Al jesivefr sul vign gnot par control dute la valade e al veve di ritirsi prime cha la vigns gnot scurade. Al meteve un pt su la Mariane e chel tri sul Cjanin. Cu li mans a si tignive dal Pisimoni e par chest la mont a l d gimis: la ponte di une a la spiade lui, par tignsi mir. Il so cmpit al ere chel di st atent se ducj i fruts, di sere, ai previn lgnul custodi, lAvemare e il Requie pai muarts. Chei fruts cha no previn ai fasvin une brute fin: ancje se i balcons ai vvin i gtars, lui cu la s manone e cun ch onglis lungjis a ju tiravefr e a ju mangjave. Cuant che lui an veve masse, a ju deve a la regjine da li striis, par bliju ta cjalderone dal vueli bulint, chal servive par f i bevarots pai striaments. OVEDAS

Lorco del monte Amariana
26. Sul Monte Amariana, che un vulcano spento, oltre agli spiriti e alla regina delle streghe, in una caverna viveva con il loro permesso anche un orco. Questi era molto grande e peloso, con due gambe e con due braccia assai lunghe, con due mani enormi e con le unghie affilate Usciva quando calava il buio: controllava lintera valle e poi doveva ritirarsi, prima che venisse notte fonda. Appoggiava un piede sullAmariana e uno sul Canin. Con le mani si sorreggeva sul monte Pisimoni e perci esso ha due vette: la punta di una stata da lui aguzzata per aggrapparsi meglio. Il suo compito era quello di sorvegliare che tutti i bambini, di sera, recitassero la preghiera dellAngelo custode, dellAvemaria e una Requiem per i morti. I bambini che non pregavano facevano una brutta fine: anche se le finestre avevano le inferriate, lorco con le sue grandi mani munite di unghie ad artiglio riusciva a tirarli fuori e a mangiarli. Quando ne aveva di troppo, li offriva alla regina delle streghe, che li immergeva nel calderone dellolio bollente, utilizzato poi per le pozioni degli stregamenti. OVEDASSO


Dopo lAvemare, ducj a cjase

35. Une vlte li fminis, par fnus pare, nus disvin che di gnot, dopo sunade lAvemare, no si podeve pui l ator: a la girave la Pelse, une femenate cha la spaventave ducj i fruts, opur a la vignive la mri da la gnot. Ancje il Bob al lave ator pa li stradis cun tun grant sac a cjaps ducj i fruts chal cjatave fr di cjase. Come sa no bastas, al girave pai cuvierts di vie Nadorie (cha lere une strade strete) il Rangotan: al veve li gjambis lungjis e al saltave di un cuviert a chel tri. Di l s al viodeve dutis li copiutis cha li lvin a f lamr e sal cjatave cualche fantate cha j plaseve, a la portavevie cun s e il fantat al restave a come un stpit. Non vvin il terr di chescj persongjos: dopo lAvemare no lvin nancje a cjoli lghe ta fontane. MUE

Dopo lAvemaria, tutti a casa
35. Una volta le donne, per spaventarci, ci dicevano che alla sera, dopo il suono dellAvemaria, non si poteva pi andare in giro: si poteva incontrare Pelse, una brutta donna che metteva paura a tutti i bambini, oppure la "madre della notte". Anche Bob girovagavaper le strade con un gran sacco, per mettervi dentro i bambini che ancora stavano fuori casa. Come se non bastasse, sui tetti di via Nadrie (chera una stradina stretta) se ne stava Rangotn: aveva le gambe lunghe che gli permettevano di saltare da un tetto allaltro. Da lass poteva osservare tutte le coppiette dinnamorati e se individuava una ragazza che gli piaceva, la portava via con s, lasciando di stucco il fidanzato. Noi avevamo il terrore di questi personaggi: suonata lAvemaria, non andavamo neppure ad attingere acqua alla fontana. MOGGIO


Le Bbebrtule

37. Gno pri mi contave che, cuant chal ere frut, i grancj ai lvin ogni an in pelegrinagjo sul Lussari. Ai lvindentri a pt pal Cjanl di Dogne fin in Somdogne, ai lvinj ta Sisare e dopo ai lvin su le Mont Sante. Il via al ere lunc: a bisugnave st vie di cjase almanco doi ds. Par no portsi dar i fruts, che di sigr ai sarssin stts dintrc, a ur contvin che a cirche miege strade su pa le Mont Sante, a si scugnive fermsi in tune cjase inducha lere une certe Bbebrtule, une femenate vecje che par las pass i fruts a le pratindeve che a j busssin il cl: e pens chal ere plui di vincj agns cha no si lavave e duncje a le puave di mats. I fruts, sintint dut chest discors, ai restvin talmenti spaventts che ai prefervin st a cjase cui nnos. DOGNE

Bbebrtule
37. Mio padre mi narrava che, quandera bambino, gli adulti andavano ogni anno in pellegrinaggio sul ussari. A piedi attraversavano tutta la Val Dogna, scendevano nella Val Saisera ed infine salivano alla chiesetta del Lussari. Il viaggio era lungo: occorreva star lontani da casa almeno due giorni. Per non trascinare con s i bambini, che sarebbero stati sicuramente dimpiccio, raccontavano loro che salendo sul monte Lussari, a mezza strada circa, bisognava sostare in una casa abitata da una certa Bbebrtule, una donna brutta e vecchia che lasciava passare i bambini solo se le baciavano il sedere: e pensare che da oltre ventanni non si lavava e quindi puzzava da matti. I bambini, sentendo simili discorsi, rimanevano talmente scossi che preferivano restare a casa coi nonni. DOGNA


La frutine striade

63. In tal pas a la viveve une fmine cha no lere trop ben vedude: a la jentrave in ta cjasis cence d "permesso" e spes tu cji la cjatavis dar di te cence nacurgicji. Ai disvint ducj cha lere une strie, parcecha la veve li mostacjis blancjis e a la faseve il trist vouli. Chest che conti al un fat vr. A d fminis dal pas il preidi al veve dat di puart il po tal cjamp, par mtilu dar li gjambis dal sorc, dato che cu la stale lr no la vvin vt fortune. In tun dopodimisd une da li d fminis a si cjatade cheste strie in cjase, cence vle sintude jentr, e a si sintude a d: Di po, mi darsistu a m il po di puartfr? Mah, a j rispundudi la fmine no sai sa m in reste parceche, tu ss, a sin belz in ds a puartlufr. Di rimando, a j diti la strie: Alore, mi lu dastu o no mi lu dastu? E la rispueste di gnf a l stade: S, sa min reste. Cheste femenate a l fat par jesi di cjase, a si girade di gnouf, a l cjalt di triste viers la scune indul cha la durmive la frute di trei meis e zornadis e, dute inrabiade, a l dit: Ben, po ben! e a l lade. Vizin da la frutine a lere ancje s nne. Cuant cha l sintt che la strie a la voleve il po di puartfr, a l cirt di f cap cui mtos a la brt cha j a lu des, bastas cha la fos lade fr di cjase, ma la ri da la frutine no la veve capide. Cuss cheste frutine a l tact a va disperade e nue a l zovt par cujetle. A l lade indavant cuss dute la gnot. Tal indoman al ven clamt il miedi e chel nol saveve spiegsi ce cha la podeve v la pule. La nne no si deve ps e la continuave a d a la brt: Puarte a f bened li cjamesutis da la frute prime cha li pssin tanti oris e cha no segni masse tart. La mri no la crodeve tant a chesti roubis, fin che no si convinude a l dal preidi, chal ere un sant preidi, cu la robute da la pule. A j contadi ce chal ere sucedt e a si sintude rispuindi: Jo fasari dut il pusbil, ma ji poure chal segni masse tart! La frute in trei ds sane e muarte. Al ven vist il pri chal lavorave ta miniere di Cave. Chel a nol crodeve cha la fos muarte, parceche a la veve lasade biele e sane. Cuant chal rivt a cjase, dal grant displas al dit: Se cheste muart no l di Dio volude, ma di man mandade, ch fmine cha la veibi di vivi tant cha l vivt fie! E cuss al stt. Ch strie a l vivt trei meis e poucjis zornadis e a j son volts trei ds par mur, cul preidi vizin di jei, dut sudt a pre cun fade. Cuant cha l spirade, al vignt un gran temporalon. Il preidi al clamt a dov il pri da la frutine e a j diti di no rimand plui il ml cha si ricevt, ma di perdon. OVEDAS

La bambina stregata
63. In paese viveva una donna che non era troppo ben vista: entrava nelle case senza chiedere permesso e spesso te la ritrovavi alle calcagna senza accorgerti. Tutti dicevano che era una strega, perch aveva i baffi bianchi e gettava il malocchio. Ci che racconto veramente accaduto. Il prete aveva assegnato a due donne il compito di svuotare la vasca del suo gabinetto: avrebbero concimato i campi di granoturco, non avendo a disposizione, quellanno, il letame della stalla. Un pomeriggio, una delle due donne si trov in casa la strega, senza averla sentita entrare; questa le disse: Senti un po, permetti he sia io a svuotare la vasca del gabinetto del prete? Mah, le rispose la donna siamo gi due che vorremmo utilizzare quel concime. Non so se ce ne sar anche per te. Di rimando, la strega incalz: Allora, mi permetti o non mi permetti? E la risposta di nuovo fu: S, se ce n abbastanza per tutte. Questa brutta donna fece per uscire di casa, si gir nuovamente e lanci uno sguardo cattivo verso la culla dove dormiva la bambina di poco pi di tre mesi e, tutta arrabbiata, disse: Bene, bene! e se ne and. Accanto alla bambina cera anche la nonna. Quando ella sent che anche la strega voleva svuotare la vasca, cerc con motti di far capire alla nuora che conveniva acconsentire, purch la strega se ne fosse andata, ma la madre della piccolina non aveva inteso. La bambina si mise a piangere disperata e nulla giovava a calmarla. E cos per lintera notte. Lindomani fu chiamato il medico, che non riusc a spiegarsi cosa potesse avere la piccola. La nonna, nel frattempo, non si dava pace e continuava a dire alla nuora: Porta a fare benedire le camiciuole della bambina, prima che passino tante ore e che sia troppo tardi. La madre non credeva agli stregamenti, tuttavia si convinse ad andare dal prete, chera un santo prete, con i vestiti della piccola. Gli raccont quanto era successo e si sent rispondere: Io far il possibile, per temo che sia troppo tardi! La bambina in tre giorni fu sana e morta. Venne avvertito il padre, che lavorava nelle miniere di Cave. Questi non credeva che la figlia fosse morta, perch qualche giorno prima laveva lasciata bella e sana. Quando arriv a casa, preso dal dispiacere, disse: Se questa morte non stata voluta da Dio, ma frutto di una stregoneria, ebbene, quella donna viva ancora quanto ha vissuto mia figlia! E cos avvenne. Quella strega visse ancora per tre mesi e qualche giorno; rest in agonia per tre giorni, con il prete accanto, che pregava a fatica e sudava. Quando spir, scoppi un gran temporale. Il prete richiam al dovere il padre della bambina raccomandandogli di non rendere il male ricevuto, ma di perdonare sempre. OVEDASSO

La strie dal mulin

70. Un striament chal fat a so timp un biel pc di sunsr al chel dal mulin. Une strie, frsit ch stesse nomenade par altris liendis, a l restade famse par v fat funzion la ruede dal mulin cence la fuarce da lghe. Al ere sucedt che, pal masse sec, o par cualchi roture ta condote da lghe, il vuancj chal puarte lghe a lis palis dal mulin al ere dut sut e no si podeve masin la blave. Poben, in ch d la strie, cun tun so arteblic, a l rivade a f gir distes la ruede dal mulin e a f masin la farine. Il fat al maravet e ancje scaturt dute la int dal borc cha l volt spiticsi par cap il misteri e cuss a l saltadefr la cuestion dal libri nri, che la strie la doprave, leint li frmulis adatis par ogni ocasion, otignint chel cha la voleve. A s i ds che chest libri nri al sedi rivt a S tudene puartt di une zngare o une pelegrine e regalt a ch fmine in cont di cualchi jutori in mangjative. La facende dai striaments la fin cuant chal fo clamt un preidi a puart lghe sante benedete e a ritir il libri maladet. STUDENE BASSE

La strega del mulino
70. Uno stregamento, che aveva fatto a suo tempo parecchio scalpore, riguardava un mulino. Una strega, forse la stessa protagonista di altre leggende, rimasta famosa per aver fatto funzionare la ruota del mulino in assenza di acqua. Infatti era accaduto che un giorno, o per leccessiva siccit o per un guasto alla condotta idrica, la doccia che portava lacqua alla pala del mulino era completamente asciutta e non si poteva macinare il granoturco. Ebbene la strega, con uno dei suoi sortilegi, riusc a far girare lo stesso la ruota del mulino e a far macinare la farina. Lavvenimento meravigli molto gli abitanti della borgata; questi, desiderando approfondire il caso, scoprirono che la strega si serviva di un libro nero che riportava formule magiche efficaci per ogni tipo di fattura. Si racconta che questo libro nero, giunto a Studena tramite una zingara o una pellegrina, era stato ceduto a quella donna in cambio di un po di cibo. Tutti gli stregamenti cessarono quando un prete, chiamato a impartire la benedizione con lacqua santa, simpossess finalmente del libro maledetto. STUDENA BASSA

Le strie dal nujr grvit

80. Tant timp fa le Fele a lere pule come un ri: dongje Prrit, a Dogne, a si le passave saltant i claps. A al ere un grant cocolr, clamt il "nujr grvit". Un zvin dal Cjanl, passant sot il "nujr grvit", al cjatt par cjere un curts di sachete (in ch vlte a si clamave "brtule"). Dut content a lu cjapt-s, a lu mett ta sachete e, rivt a cjase, a lu mostrt ai siei amcs disint: A mi fs propri cmut cheste brtule: a le siervar, tal bosc, a taj il formadi e le luanie! Il zvin, cun tris, al lt a lavor in Romane, tal bosc. Dopo zornadis e zornadis di via, prime di cjap le strade dal bosc a si son fermts in pas, in tune btule e a a si son metts a mangj. Le chlnare, domandant ce chai volvin di bvi, a si nacuarte da le brtule e no le stacave mai i vi di chel curtisut. Il zvin, alore, a j domandadi se a j plaseve le s brtule. Jei a le si date une spachetade e a l dit al zvin: Ch brtule a l m! Nol pusbil! a j rispundudi il zvin. Eh, s a l continut le chlnare cuanche a le sone le Bernardone, al cif e af a scjamp par Somdogne! Vvin vt une riunion sot il "nujr grvit" in Dogne, le vin tirade masse a lunc e cuss, par scjamp, i dismentet le brtule. Il zvin e ducj chei chai rin cun lui ai son restts cence flt: lasade a le brtule, ai n gulut i tavajus e in tun viodi e no viodi ai n tajt le cuarde, cence voltsi indar parce chai vvin capt che ch chlnare a lere une strie. DOGNE

La strega del noce gravido
80. Parec hio tempo fa il fiume Fella aveva laspetto di un ruscello: a Dogna, nelle vicinanze di Prrit, lo si varcava saltellando sui sassi. L vicino cera un grande noce, detto il "noce gravido". Un giovanotto del Canale di Dogna, passando sotto il "noce gravido", rov un coltellino (allora si chiamava "brtule"). Contento, lo raccolse, lo mise in tasca e, giunto a casa, lo mostr ai suoi amici dicendo: Mi fa proprio comodo questo coltellino da tasca: servir, nel bosco, per tagliare il formaggio e la salsiccia! Il giovane, con altri, and a lavorare in Romania, nel bosco. Dopo giorni e giorni di viaggio, prima dintraprendere la strada del bosco si fermarono in paese in unosteria, ove mangiarono. La cameriera, nel chiedere loro cosa desiderassero bere, scorse il coltellino e da esso non stacc mai gli occhi. Il giovane allora le chiese se le piaceva il coltellino. Ella si diede una scrollata e afferm: Quel coltellino mio! Non possibile! sostenne il giovane. Eh, s riprese la cameriera quando a Dogna suona la campana maggiore c un bel daffare per raggiungere Somdogna! Ci eravamo riunite sotto il "noce gravido" di Dogna, labbiamo tirata un po per le lunghe e cos, nella fretta di scappare, ho dimenticato il coltellino. Il giovane e tutti quelli che erano con lui rimasero senza fiato: lasciato sul tavolo il coltellino, riavvolsero i cibi nei tovaglioli e in un batter docchio fuggirono, senza voltarsi indietro perch avevano capito che la cameriera era una strega. DOGNA



Li striis di Muntisel

92. Cuant che rin fruts, par tign lontan il demoni nus metvin intorsi madais, benedizions, il tringul e nus fasvin pre, "brununzie Satane" par f scjamp li striis. Di sere par l tal gabinet, chal ere di fr, non mulare lvin in trei cuatri, tigninsi pai cotui par pare che li striis nus portssin vie. In chei agns i fantats da la borgade ai viodvin spes in tun incrocio di stradutis come un fantasma blanc: insegnsi, "brununzie", scjamp di corse: al ere dut un. Une d ce no fat? Ai n benedt cu lghe sante un baston, a si son svizints al fantasma par scunzurlu, par flu scjamp: ai n scoment a petj-j e ce ral sot i linzi? Une strie vivente, cha l scugnt clam misericordie! MUNTISEL

Le streghe di Monticello
92. Quando eravamo bambini, per tenere lontano il demonio ci appendevano addosso medaglie, oggetti benedetti, il triangolo e ci facevano pregare; quante preghiere, "rinuncio a Satana" per scacciare il male. Alla sera, per recarci al gabinetto che era fuori, nel cortile di casa, noi ragazzine ci riunivamo in tre-quattro e ci attaccavamo per le gonne per paura che le streghe ci portassero via. In quegli anni i giovanotti della borgata vedevano spesso, allincrocio di alcune stradine, qualcosa che poteva assomigliare ad un fantasma bianco: farsi il segno della croce, pronunciare "rinuncio a Satana" e fuggire di corsa: era tuttuno. Un giorno, che cosa hanno pensato di fare? Hanno benedetto con lacqua santa un bastone e si sono avvicinati al fantasma per scongiurarlo, per farlo scappare: lhanno picchiato con forza e chi cera sotto il lenzuolo? Una strega viva e vegeta, che implorava misericordia! MONTICELLO



Li striis di Mujese

93. A Mujese, une pule borgade di Mue, une vlte al an li striis si cjatvin cul plen di lune e li balvin dute la gnot. Tal indoman la prime persone di Mujese cha la saltave fr di cjase a la vignive trasformade in une bestie salvadie. Dopo un an, in tune biele gnot di lune plene, li striis a tornvin a bal e chel chal ere stt trasformt in bestie al cerive di torn a cjase s. Se un da la famee lu cjoleve in cjase, al tornave la persone chal ere prime, se no al vares scugnt torn a prov lan dopo. MUE

Le streghe di Moggessa
93. A Moggessa, piccolo borgo di Moggio, una volta allanno le streghe si radunavano con la luna piena e ballavano tutta la notte. Lindomani il primo abitante che usciva di casa veniva trasformato in animale selvatico. Dopo un anno, in una bella notte di luna piena, esse si ritrovavano allo stesso posto a danzare e il malcapitato che era stato trasformato in bestia cercava di far ritorno alla propria casa. Se uno dei suoi familiari lo avesse accolto, le sue sembianze sarebbero tornate normali, altrimenti avrebbe dovuto ritentare lanno successivo. MOGGIO



Il spirt di miegegnot

113. Cuant cha lere fantaute, le Munne a le lave a port di mangj a so nno, chal faseve il fornasr ta forns di Raunis. L s, sot i crets, al sar incjim cualche stamp di forns. Une gnot le zvine a si sveade cul lusr da le lune e a le crodeve chal si fases d. Sicome in ch vlte orlois no ndere, a l jevade di corse e a l partide cul mangj pal nno tal gei. Cuant cha l rivade davant dal Bilic, a l vedt un om sentt su le bancje di clap cha j diti: Torne-indr, frute Ma no, jo i di port di mangj al nno, j! Torne-indr e dopo al entrt ta cjase di front. Le Munne no lu veve cognost, ma lu vedt di schene: di dr al ere dut un scheletro blanc. Dome alore a si rindude cont chal podeve jessi miegegnot, parceche a ch ore ai girvin i spirts e le striis, cha le vvin "voglio, posso, comando". Spaventade, a l tornade a cjase, tal jet, a spiet d. RACOLANE

Lo spirito di mezzanotte
113. Quandera ragazza, Munne andava a portar da mangiare a suo nonno, che faceva il fornaciaio nella fornace di Raunis. Lass, sotto le rocce, ci sar ancora qualche rudere della fornace. Una notte, la giovane si svegli col chiarore della luna: credeva che stesse facendosi giorno. Poich allora non verano orologi, si alz alla svelta e part col rancio per il nonno nella gerla. Quando arriv davanti alla casa del Bilc, not un uomo seduto sulla panca di pietra che le sugger: Torna indietro, ragazza Ma no, io devo portare il rancio al nonno! Torna indietro e cos dicendo entr nella casa di fronte. Munne non lo aveva riconosciuto, ma lo vide di schiena: era uno scheletro completamente bianco. Solo allora si rese conto che poteva essere mezzanotte, perch a quellora giravano gli spiriti e le streghe che disponevano del "voglio, posso, comando". Spaventata, ritorn a casa, a letto, in attesa del d.  RACCOLANA



La siore in blanc

118. La case dai Crabts a lere l s a Pontfel al nmar 16, dul cha stvin m nne, gno pri e ducj non; sot a stvin li bestiis e parsore a abitvin non. I fruts a lvin a pason sul Calvari che in ch vlte no rin ne sterps ne nue parceche a rin ungrum di vacjis, di cjris, di piouris e i sterps no vvin timp di cresi. In ch vlte i fruts a passvin pa li cjasis e cjolvin li bestiis di dut il pas e li portvin-s, in doi trei, a pason. Une d il nno, in ch vlte al var vt ds agn, al ere di turno e a misd al veve di st l s a vuarde li bestiis, intant che chei tris a erin lts a cjase. Li sul Calvari al ere ancje un pitr chal piturave su li muradis da li stazions da la Via Crucis il Signr in crous. Il nno al ere sentt sun tun clap e si sa come cha fsin i fruts, al veve di f une pivete. Dut in tun moment al sint dar un: Cjo, cjo, cjo! A lere une fmine, siore, biele, zvine, dute vistide di blanc e la veve une clf in ta man e j voleve dj al frut cheste clf. Il frut si spaventt e al scjampt-j a cjase e al dit: ame, mame, jo no voi pui sul Calvari. A son lts-s in tancj ma no n vedt nisun. Tancj agn dopo no j sal capitadi ancje a gno pri, no plui in chel stes puest, ma in cjase. A lere miegegnot e al dit di v sintt vign-s pa li scjalis une persone ma lui no si s compont parceche in ch vlte si lasvin viertis li puartis, nol come cum che bisugne sierlis. Cheste persone la vier la puarte e la ven dongje il jet: a lere une siore vistude di blanc e j voleve tir-j li cuviertis. Ma lui li tignudis cun dute fuarce e dopo ancje cui dincj. J diti: Va vie, va vie! ma jei no l lade. Alore lui al molt i dincj e al tact a blestem e cuss jei a l lade e no l tornade plui. Tal doman, passade la une, j n domandt: Ce stu che tu seis dut blancjs? Eh, al stt cuss e cuss. La nne, alore, j dati subit il vueli di rcino par pass-fr i spavents. Ancje cheste vlte la siore la veve une clf lungje lungje che frsit a lere une clf di une casse sepelide cun bs, ma no si sa di plui parceche dopo al vignt il Consei di Trent e no si sintt altri. O sin ungrum indar cui agn. PONTEIBE


La signora di bianco vestita
118. La casa dei Crabts si trova lass, a Pontafel, al civico numero 16: al primo piano abitava la mia famiglia, compresa la nonna, al pianterreno cera la stalla. I bambini conducevano le bestie al pascolo sul Calvario, che a quel tempo non era incespugliato proprio perch tante mucche, capre e pecore vi pascolavano. Allora due o tre bambini passavano per ogni casa del paese, si facevano consegnare le bestie e le accompagnavano lass, al pascolo. Un giorno mio nonno, che allora aveva circa dieci anni, a mezzogiornoera di turno a sorvegliare la mandria, mentre gli altri compagni erano tornati a casa. Sul Calvario cera anche un pittore, intento a dipingere il Signore in croce sui muri delle stazioni della Via Crucis. Il nonno era seduto su di un sasso e, come facevano tutti i bambini, stava costruendosi una pivetta. Ad un tratto sent alle spalle una voce: To, to,to! Si gir e vide una bella signora, giovane, ricca, vestita di bianco: aveva in mano una chiave, che voleva consegnare al bambino. Questi si spavent e scapp gi a casa; qui giunto, disse a sua madre: Mamma, mamma, io non voglio pi andare sul Calvario! Tanti si recarono poi in quel luogo, ma della signora non trovarono alcuna traccia. Parecchi anni dopo un fatto simile capit a mio padre, non sul Calvario, ma in casa. Verso mezzanotte egli sent dei pass lungo le scale che portavano alle camere, ma non si preoccup: allora si dormiva tranquillamente, non si chiudeva chiave nemmeno la porta dingresso. Una persona giunse davanti alla porta della sua camera, lapr e si avvicin al letto: era una signora vestita di bianco. Ella tent di togliere le coperte, ma mio padre le teneva strette perfino coi denti. Ad un certo punto le grid: Va via, va via! Siccome la signora non la smetteva, egli lasci andare le coperte che tratteneva coi denti e cominci a bestemmiare: solo allora la donna se ne and via e non si fece pi vedere. Lindomani i familiari chiesero a mio padre: Coshai? Perch sei cos cereo? Egli raccont tutto, per filo e per segno. La nonna immediatamente gli somministr lolio di ricino per rimuovergli lo spavento. Anche in questa occasione la signora si era presentata con una chiave lunga lunga, che poteva essere quella di un forziere pieno di soldi, sepolto chiss dove: non si sa nulla di pi anche a causa del Concilio di Trento, risalente a tanti e tanti anni prima. PONTEBBA

Ljar e il diau

137. Ljar e il diau, partts da lAustrie, a son vignts a pt fin a Sclse. Cuant cha son rivts sul punt da le Fele, ljar al ds: Cum ach si saludin. Parc, po? al domande il diau. Eh, jo che sei ljar mi fermi ach. E alore j jo voi pa le cjasis! al ds il diau. Ancje vuei, no sal simpri ljar sul punt? E il diau, no sal par duti le cjasis? RACOLANE

Il vento e il diavolo
137. Il vento e il diavolo, partiti dallAustria, sono arrivati a piedi fino a Chiusaforte. Giunti sul ponte del Fella, il vento dice: Adesso qui ci salutiamo. Perch mai? chiede il diavolo. Eh, io che sono il vento mi fermo qui. E allora io vado per le case! soggiunge il diavolo. Anche oggi, non c sempre vento sul ponte? E il diavolo, non si trova in tutte le case? RACCOLANA

I cjaldrs dal ri Mulin

150. Di fruts, cuanche vvin di pass l vie da le forns, dapt il ri Mulin tra Sclse e Dogne, si metvin a cori plens di poure parceche ai disvin che a al ere stt confint par cjastc un grant pecjadr, muart dant. Sul vign sere, chel disgracit al cirive cualchidun par pod libersi dal gran peis chal veve su pa le splis: un buin cun doi cjaldrs plens di bs daur. Nol voleve lassi viodi: al faseve Salt fr di dr un sterp une man cha le mostrave une palanche. Se t tu acetavis chel b e tu j a lu cjolevis, alore lui a si liberave da le penis. A ti, dant in tal so puest, a cji tocjave port i siei cjaldrs cun dut il peis dal aur, fin che tu cjatavis un tri cha cji cjoleve le palanche e cuss cji liberave. SCLSE

Le secchie del rio Molino
150. Da bambini, allorch dovevamo passare nei pressi della fornace, nel basso corso del rio Molino fra Chiusaforte e Dogna, ci mettevamo a correre terrorizzati perch cos raccontavano l stava scontando le sue pene un dannato, in vita gran peccatore. Al sopraggiungere della sera, quel disgraziato cercava chi lo avrebbe liberato dal grave peso che portava sulle spalle: un arconcello con due secchie colme di monete doro. Non voleva essere visto: faceva intravedere da dietro un cespuglio una mano che ostentava una moneta; se tu accettavi quel soldo e glielo prendevi, allora egli si sarebbe liberato dalla punizione. Tu, dannato al posto suo, eri costretto a portare le pesanti secchie con tutto loro finch non avresti trovato un altro, che a sua volta ti avrebbe reso libero accettando la moneta. CHIUSAFORTE

Dants

154. L s tai Cros al un puest clamt la Bse dai dants. Sicome a la mont a la frane di continuo, i vcjos ai dvin la colpe ai dants, chai lavorvin d e gnot. I vcjos ai disvin ancje che in tal pas un om al ere muart sot il cjar ribaltt. Di gnot lu sintvin simpri a vos: Preait par me! Ajuto! Preait par me! E m nne a la contave chai vedvin tancj muarts, cualchidun pa strade, cualchidun pa la grave o di ch bande da la siee, a l-s di corse in Cjanin, condants dal Signr. STI

Dannati
154. Lass, nei pressi del borgo Cros, c una localit chiamata "Buca dei dannati". Siccome la montagna frana in continuazione, i vecchi ne attribuivano la colpa ai dannati, costretti l a lavorare giorno e notte. I vecchi raccontavano anche che in paese un uomo mor schiacciato sotto il suo carro, che si era ribaltato. Di notte lo sentivano urlare: Pregate per me! Aiuto! Pregate per me! E mia nonna diceva che si vedevano spesso schiere di morti, condannati dal Signore, che correvano verso il monte Canin, chi lungo la strada, chi nel greto del torrente e chi dalle parti della segheria. POVICI

Ai Sants

171. La sere dai Sants a si diseve in gleisie i matutins e dopo tal cimiteri il rosari di cuatri stanziis e dutis li prejeris dai muarts. Ogni famee a la steve vizin da li tombis dai siei muarts, cha li vignvint ornadis ator ator cul muscli pui biel e pui vert, e parsre cul savalon da lAlbe o cu la cjere da li farcadicis; par lunc a si faseve ancje une crous cu li cjandelis. Non fruts si podeve st fr cu la scse di torn a impi li cjandelis cha li murvint cul jar. Ai sonvint li cjampanis par dutis li nimis dai muarts fin a miegegnot la une e li fameis a li puartvint simpri alc a chei chai sonvint: cjistignis, patatis, cigons dal lat, rs bolts, vin e sgnape. A lere ancje lusance di las, la sere, i cjaldrs plens di ghe cul cop dongje e, san vanzave, un poucje di polente, parceche i vcjos ai disvint che li nimis dai muarts, dopo un via cuss lunc, a li podvint cjat almanco lghe di bvi e la polente di mangj. OVEDAS.

La ricorrenza dei Santi
171. La sera dei Santi si recitavano in chiesa i mattutini e nel cimitero il rosario di quattro poste e tutte le preghiere per i defunti. Ogni famiglia si soffermava accanto alle tombe dei propri cari, che venivano ornate tuttattorno con il muschio pi bello e pi verde, e sopra con la sabbia del rio Alba oppure con la terra che la talpa accumulava in superficie quando scavava le sue gallerie sotterranee; vi si costruiva pure una croce con le candele. Noi bambini potevamo restare fuori casa, con la scusa di riaccendere le candele che si spegnevano col vento. Le campane suonavano per le anime di tutti i defunti fino a mezzanotte-luna e le famiglie portavano sempre qualcosa a coloro che scampanavano: castagne, patate, pannocchie immature lesse o cotte sulla brace, vino e grappa. Cera lusanza, inoltre, di lasciare alla sera le secchie colme dacqua con accanto il ramaiolo e, se avanzava, un po di polenta perch i vecchi dicevano che le anime dei morti, dopo un viaggio cos lungo, potevano almeno trovare lacqua da bere e la polenta da mangiare.OVEDASSO

Le muart a le spiete

174. Sot le Vuetis, in ta curve cusi in face al punt di Cjadrama, fin pouc prime da le vuere dal Cuindis al ere un cartel. Su chest cartel a lere piturade tal mie le muart cu le fl, un om in tun cjanton il lt e un tri om in tun cjanton abas. Al ere scrit: "Lore a le ven, lom a nol ven. Lore a le passe, lom al sta masse". Chest cji fs rifleti: le muart a cji spiete simpri, anzi no le viout lore di brinccji. RACOLANE

La morte attende
174. In localit "Sot le Vutis", sulla curva quasi in faccia al ponte di Cadramazzo, fino a poco tempo prima della guerra 1915-18 cera un cartello. Su di esso erano dipinti: al centro la morte con la falce, in un angolo in alto un uomo e un altro uomo in un angolo in basso. Cera scritto: "Lora viene, luomo non viene. Lora passa, luomo ritarda troppo". Queste parole fanno riflettere: la morte ti aspetta sempre, anzi non vede lora di ghermirti. RACCOLANA

Il cjastc dal Signr


180. A l cusi sere che il Signr e san Piri ai rvin in tun paisut, come Sclse. San Piri al poche sun tune puarte e a le ven fr une fmine, siore e prepotente, cha si met a vos: Ben, ce voleiso a chesti oris? Vignso a cir le caritt ancje di gnot, cum? Lait-vie, che no i nue di dus! e ur siere le puarte in mse. I doi a si cjlin e san Piri al ds: Atu vedt, Signr? i vedt, i vedt, ma no mpuarte. No l nisune premure par pajle. Pui indavant ai cjtin une cjasute msare. Ai pchin e a le venfr su le puarte une femenute mgre, ml vistide, dute ingrisignide di freit: Ce voleiso, po, benedets? Sin prs, no vin nancje un zentsin par l tal albergo Oh, in ce cjase che seis rivts! Ancje non vin tante miserie che mai, per al un puestut ta stale, tal cjaldin, dongje il troseit. Si contentaiso? S, s, sin contents! Astu vedt al ds il Signr a san Piri dol cha l le miserie a l ancje le bontt! Tal indoman ai jvin e ai van a ringrazi le femenute: Tantis graziis, siorute! Non disarin une prejere, ma cha le prei ancje jei. Il prin lavr cha le fasar vuei, a lu fasar par dut il d. E ai van. Jei no le capis ce chai volvin d e tra s a le pense: No son tant juscj chei doi a, sar colpe da le miserie Dopo le fmine le ds al so om: Chei doi prs a son lts-vie e mi n dit cuss e cuss Cui sa ce chai volvin d al rispunt lom Ma ai fruts, vuei, ce vino di d di mangj? No vin nue dal dut. J jo vevi mett vie un sl zentsin e vuei nus tocje dopr chel. Le fmine a le va a cjoli chel zentsin tal armr e dopo a si sente dongje le taule. Come che le poe il becin su le taule, chest a s i moltpliche, a si moltpliche Alore ai n capt ce cha le volvin d le peraulis di chei doi prs e fin cuant chal vignt scr lr no i n fat tri che cont bs: ai son diventts siorons. Le fmine triste, cha le vevemandt vie il Signr e san Piri le sereprime, a le ven a sav di chest fat ea le mande il so om a cir i doi prsfin che ju cjate. A ju invide a cjase, aur fs un mangj di sir, a ur prepareun jet di lusso. Dopo v ben mangjt,il Signr e san Piri ai van a durm.Tal indoman ai jvin e ai cjtin su lepuarte le parone cha si spietave certisperaulis. E infati il Signr a j ds: Jo le ringrazi, siore, da le s biele ospitalitt, al vular d che il prin lavr cha le fasar le bunore, lu fasar dut il d. E ai van. Astu sintt? a le ds le fmine al so om Cum tirin-fr ducj i bs e tachin a cont e contin fin usgnot. Per prime al mir che vadi a f pip, parceche dopo no vari timp di mvimi: jo i di cont dut il d. A le va a f le pip, ma an fs tante e tante, cha le mr scjafoade! Chest al stt il cjastc dal Signr. RACOLANE

Il castigo del Signore
180. Sul far della sera il Signore e san Pietro giungono in un paese piccolo, come Chiusaforte. San Pietro bussa a una porta ed esce una signora ricca e prepotente, che si mette a urlare: Cosa volete a questora? Venite a chiedere la carit anche di notte? Andate via, non ho nulla da darvi! e sbatte loro la porta in faccia. I due si guardano e san Pietro dice: Hai visto, Signore? Ho visto, ho visto, ma non importa. Non v nessuna premura per ricompensarla. Pi avanti incontrano una misera casetta. Bussano e viene sulluscio una donna magra, mal vestita, tremante dal freddo: Cosa desiderate, benedetti? Siamo poveri, non abbiamo nemmeno un centesimo per lalbergo Oh, in che casa siete capitati! Anche noi abbiamo tanta miseria, per ci sarebbe un posticino nella stalla, al calduccio, vicino alla mangiatoia. Vi accontentate? S, s, siamo contenti! Hai visto dice il Signore a san Pietro dov la miseria, regna la bont! Lindomani si alzano e vanno a ringraziare la donnetta: Tante grazie, signora! Noi pregheremo, ma anche lei preghi. Il primo lavoro che far stamattina, lo far per tutto il giorno. E se ne vanno. Lei non comprende cosa vogliano dire e tra s pensa: -Non hanno tanto giudizio quei due, sar colpa della miseria Dopo si rivolge al marito: Quei due poveretti sono partiti; mi hanno detto cos e cos Chiss cosa volevano dire risponde il marito Ma ai bambini, oggi, cosa diamo da mangiare? Non abbiamo proprio niente. Io avevo risparmiato un solo centesimo e oggi dovremo spenderlo. La moglie prende dallarmadio quel centesimo e si siede al tavolo. Come appoggia la monetina, questa si moltiplica e si moltiplica Allora comprendono il significato delle parole di quei due poveri e fino alla sera non fanno altro che contar soldi: sono diventati ricchissimi. La donna cattiva, che aveva cacciato il Signore e san Pietro la sera prima, viene a conoscenza di questo fatto e manda il marito in cerca dei due poveretti, finch li trova. Li invita a casa, prepara loro un pranzo da signori e un letto lussuoso. Dopo aver mangiato, san Pietro e il Signore vanno a dormire. Lindomani si alzano e incontrano sulla porta la padrona che si aspettava certe parole. E infatti il Signore le dice: Io la ringrazio, signora, per la sua bella ospitalit, vorr dire che il primo lavoro che far questa mattina, lo far per tutto il giorno. Poi se ne vanno. Hai sentito? dice la donna al marito Ora prendiamo tutti i soldi che abbiamo e li contiamo, finch verr sera. Per meglio che prima io vada a fare la pip, perch dopo non avr tempo: dovr contare tutto il giorno. Va a fare la pip, ma ne fa tanta e tanta, che muore affogata! Questo stato il castigo del Signore. RACCOLANA

Li giusti santi Cruzi

188. Li giusti santi cruzi dbite nos, Deus noster; li giusti santi cruzi da li vuestris santsimis mans. Pri al l d une Dmine; pasion ps di nobis. Oi, miserre nobis! Audt e ascoltait: le gnot di Vnars sant ce rimr e ce trimr chal fas il gnostri Pri glorious Gjes Crist, chal ve spandt dut il so preziossim sanc, cjr e prezious tanche une rosade, azi che li gnostris nimis segni salvadis. Deum e non Deum, sul prt di Gjusefat si larin e si scontrin in tal nemc: oh, falso nemc, cjan rinet, sta in l, no mi tocj, no mi trad, che jo adori li m santi cruzi, chel cha li ditis e chel cha ma li fatis d. RACOLANE

Le giuste sante Croci
( unantica preghiera di non facile interpretazione) 188. Le giuste sante croci date a noi, Deus noster; le giuste sante croci dalle vostre santissime mani. Padre significa un solo Signore; passione, pace a nobis. Oh miserere nobis! Udite e ascoltate: la notte di Venerd santo quale frastuono e quale terremoto provoc il nostro Padre glorioso Ges Cristo, che vers tutto il suo preziosissimo sangue, caro e prezioso quanto una rugiada, acci che le nostre anime fossero salve. Dio e non Dio, andremo al prato di Giosafat e ci scontreremo col nemico: oh, falso nemico, cane rinnegato, non tavvicinare, non mi toccare, non mi tradire, ch io adoro le mie sante croci, colui che me le ha dette e colui che me le ha fatte dire. RACCOLANA

La tombe dai Celts

204. Tal lc che cum al il cimiteri di sant Antoni, ancje une vlte a lere une specie di cpule di cjere, un cagol taront, tignt a prt. Une vlte a la viveve al une vecje che di gnot no la podeve mai durm. Une d, adore, a l sintt un sunsr, a l jevade e a l vedt che la stave rivant une pocession e la entrave in cheste cpule: a lere une grande procession cun tante int. Nisun al vedt nue, nome cheste fmine e ai n dit che la lave fr di cjf. Per un omp chal stave in tune cjase dongje e chal seave il fen da la cpule, une d chal minaave brut timp, al veve decidt di meti il fen sui pi. Al lt-j a cjase a cjoli un pr di pi di fier e al fat la bse par plantju, ma in tun moment un pl al colt dentri in ta cpule e no lu n plui cjatt: ai n sintt chal colt sun tun paviment, sprofondant cun tun sun metlic. Cualchidun al dit che la cpule a l fate cul materil di cjarbon dal mont Corone, ma no l vere. J o i sintt, che eri pule, doi todescs, che rin vignts a viodile, che a disvin cha lere la tombe dai "Galli". PONTEIBE

La tomba dei Celti
204. Vicino al cimitero di santAntonio, ora come un tempo, c un prato con in mezzo una collinetta artificiale tonda. Nei pressi viveva una vecchina che di notte stentava a dormire. Un giorno, assai presto, ella sent uno strano rumore, si alz e vide tanta e tanta gente in lunga processione che avanzava verso la collinetta, vi entrava e spariva. Nessuno si accorse di questo fatto, solo lanziana donna, e pertanto la tacciarono di non aver la testa a posto. Per un vicino di casa, che solitamente falciava quel prato, un giorno in cui minacciava il brutto tempo decise di sistemare il fieno su alcuni sostegni. And a casa, prese un paio di pali di ferro e scav le buche per piantarli, ma proprio sulla collinetta uno di essi sprofond nel vuoto: lo si sent cadere su un pavimento, emettendo un suono metallico. Questo palo non fu pi recuperato. Qualcuno asseriva che la collinetta era nientaltro che un accumulo di scarti di carbone provenienti dal monte Corona, ma non vero. Da bambina, io avevo sentito due tedeschi, venuti a visitare il luogo, affermare che quella era una tomba dei Galli-Celti. PONTEBBA

Cuss a l nasute Racolane

206. Le nne da le Baise a le contave che tancj agns fa a Racolane a lere dome cualche cjase. Il pas al veve di jessi fat a Santaviele, dol cha son i prts, ma al ere percul di clapons chai rodolvin-j dal Jame. I vcjos ai n sielzt il puest dol chal il pas cum parceche a no son mai vigntsj clas. Cun di pui in cualche prt parsre le cjasis (cum ormai a son dome pins) ai n provt ancje a samen le siele e ai n vedt cha le creseve ben. L s a le lvin a pason le piouris; di lr a le stvin atentis le frutinis, cha si portvin dar il fs e le rocje par fil le lane: eco parceche il pas a si clame Rocolane Racolane! RACOLANE

Cos nacque Raccolana
206. La nonna della Bise narrava che tanti e tanti anni fa a Raccolana esisteva soltanto qualche casa. Il villaggio sarebbe dovuto sorgere nella localit prativa di Santaviele, ma vera il pericolo di caduta di massi che rotolavano gi dal monte Jame. I vecchi scelsero il luogo dove attualmente si trova il paese perch l non si era mai verificata alcuna frana. Inoltre in alcuni prati sovrastanti il borgo (ora invasi da pini) avevano sperimentato la coltivazione della segala, che aveva dato buoni risultati. Lass andavano al pascolo le pecore; ad esse badavano le bambine, che portavano con s il fuso e la rocca per filare la lana: ecco perch il paese si chiama Roccolana Raccolana! RACCOLANA

Un frri al dit la s

208. Cuant che m nne a lere pule, un frri di Glemone al ere vignt a Resiute a predicj e, come cha si usave, a cir la caritt. La int, per, no j dati nue. Alore il frri al cjapt-s il sac vueit, a si invit par torn a Glemone, a si voltt viers il pas e al dit: Se ves di mur ach a Resiute, no lasares nancje la m avate, parce-chal un pas cence sorli, maledt dal Signr, circondt di doi torents e ai vvin i malvivents! STI

Un frate disse la sua
208. Quando mia nonna era bambina, un frate di Gemona venne a Resiutta a predicare e, comera usanza, a chiedere la carit. La gente, per, non gli diede nulla. Allora il frate raccolse il sacco vuoto, sincammin sulla via del ritorno, si gir verso il paese e disse: Se dovessi morire qui, a Resiutta, non vi lascerei nemmeno le mie ciabatte, perch un paese senza sole, maledetto dal Signore, stretto fra due torrenti e abitato da malviventi. POVICI

La glogje e i poles daur


214. Une vlte une regjine a l passade pa la strade, l j dal puint di Mue, chel vecjo di len. Forsi a lere la regjine Ane, la fmine di Carli IV, cha si ere fermade a Resiute a gust, in ocasion dal via fat par l a Rome a incuintr il so omp che lan prime, tal 1354, al ere stt incoront imperadr dal pape. Cheste regjine l j, sul puint, a l dit: Moggio, sei ricco e non sai di esserlo! A si riferive al tesaur che al platt ta galare dai frris, clamade cuss dopo fondade labaze. La galare, per, a lere ancjem prime, a l stade fate ai timps dal cjascjiel dal Cacelin e la servive par pod scjamp, in cs di assedi, o par sicurece. In cheste galare, duncje, al stt platt un tesaur: une glogje cun siet poles daur. Ai disvin che la glogje la fos stade grosse come un purcit di grasse e che i poles i fssin stts grancj come gjalinis par f brt. E cuiss ce tante roube di valr che i frris ai varan platt ta galare vie pal timp! Su cheste glogje su chescj poles, sul fat da la galare a si tant fantastict, a si tant lavort parsre cul cjf, a si tant cirt ta Cjalderate, fra chs foranatis pericolsis, tra chei pos scrs, cusi nris, fra chs sclapaduris di crets. Par dut al sameave di viodi lingres da la galare. E cuss, sgarfe e picone, sgarfe e picone par cjat alc... Ma no si mai cjatt nie! MUE

La chioccia e i pulcini doro
214. Una volta una regina stava percorrendo la strada nei pressi del ponte di Moggio, quello vecchio, di legno. Forse si trattava della regina Anna, moglie di Carlo IV, che si era fermata a pranzare a Resiutta mentre si stava recando a Roma ad incontrare suo marito, incoronato imperatore dal papa lanno prima, nel 1354. Quando fu sul ponte, la regina esclam: Moggio, sei ricco e non sai di esserlo! Si riferiva evidentemente al tesoro nascosto nella galleria dei frati, cos chiamata dopo che era stata fondata labbazia. La galleria, per, esisteva gi da prima, dai tempi della costruzione del castello di Cacellino, e serviva per fuggire in caso di assedio, o per motivi di sicurezza. In questa galleria, dunque, fu nascosto un tesoro: una chioccia e sette pulcini doro. Si raccontava che la chioccia fosse stata grossa come un maiale da ingrasso e che i pulcini fossero stati grandi come galline da brodo. E chiss quanti oggetti di valore avranno nascosto i frati nella galleria col passar del tempo! Su questa chioccia, su questi pulcini, sullesistenza della galleria si tanto fantasticato, si tanto congetturato, si tanto cercato in localit Cjalderate, in quelle cavit rupestri pericolose, in quei pozzi tetri, quasi neri, nelle fenditure delle rocce. Sembrava di vedere dappertutto lingresso della galleria. E cos fruga e piccona, fruga e piccona per trovare qualcosa... Ma non si trovato mai nulla! MOGGIO

Le cancule

222. Le cancule a lere une femenate dute sbregade che, parade fr di cjase, a le lave ator fasint dispiets par vendete cuintri lumanitt. Un dai dispiets al ere chel di samen i filions pai rius, dastt. Infati, cuant che in avost a si lave in mont, nus racomandvin di no cjoli cul fiasc lghe da le pocis, parcecha le rin plenis di filions. Il filion al come un fl blanc, lunc, trasparent, gjelatinous, cun tune pontute nre di une bande e cu le code a spi di ch tre: al prolfiche in tal cjlt dal meis davost. In ta mont tu beis diretamenti lghe dal fiasc e no tu cji nacuarts di par-j ancje i filions, che dopo cji pestin i bugji. Nus disvin ancje di no bvi lghe dai rius, parcecha lere malade. Difati al vr: tal timp da le cancule il percul nol ven dome dai filions, ma ancje da lghe stesse, cha le fs come un voltolon tal cuarp. RACOLANE

La canicola
222. La canicola era una brutta donna stracciona che, cacciata da casa, andava in giro facendo dispetti per vendetta contro lumanit. Uno dei dispetti consisteva nel seminare vermi filiformi nei ruscelli, destate. Infatti,quando dagosto si andava in montagna, ci raccomandavano di non raccogliere col fiasco lacqua stagnante delle pozze, perch erano ricche di questi vermi filiformi. Tale verme come un filo bianco, lungo, trasparente, gelatinoso, con una piccola punta nera da una parte e con la coda aguzza dallaltra: prolifica col caldo del mese di agosto. In montagna tu bevi direttamente lacqua dal fiasco e non ti accorgi di ingerire anche i vermi, che poi ti perforano le budella. Ci consigliavano anche di non bere lacqua dei ruscelli, perch era insana. Difatti vero: nel periodo della canicola il pericolo non viene solamente dai vermi filiformi, ma pure dallacqua stessa, che mette in subbuglio il corpo. RACCOLANA

La canicule

223. Le cancule a le ven il meis di luj, ai 20, e a si ferme fintrami il 20 di avost: no si sa ce cha l a son mcrobos? ma a le ven ogni an, ogni an. In chel perodo il cuarp al lavore: al fzil chal vegni ml di panze, bisugne st atents a ce cha si mangje, si scuen f boli ben lghe. A le lavore ancje lghe: a le fs chei viers luncs cha si clmin filions e chai son periculous parcecha cji frin i bugji, ai van ator pal cuarp e tu mrs. Prime di bvi lghe dai rius, a si le filtrave cun tun peot; mimpensi che cualche vecje a le doprave ancje il fazolet di ns sporc di tobac di Sante Ustine. CJU CLI

La canicola
223. La canicola arriva il mese di luglio,il 20, e si ferma fino al 20 agosto: non si sa cosa sia sono microbi? ma viene ogni anno, infallibilmente. In quel periodo il corpo lavora: facilmente viene mal di ventre, bisogna stare attenti a ci che si mangia, si deve far bollire bene lacqua. Anche lacqua lavora: fa quei vermi lunghi che si chiamano "filions" e che sono pericolosi perch forano lintestino, si propagano per il corpo e causano la morte. Prima di bere lacqua dei ruscelli, la si filtrava con un pezzo di stoffa; ricordo che qualche vecchia usava addirittura il fazzoletto da naso sporco di tabacco di Santa Giustina. CHIOUT CALI

La maledizion da la stele

235. M nne la contave che une vlte une fmine dai Sti a tornave a cjase dopo jessi stade a messe grande in baze. Passt il zimiteri, j compart un madrac cha l compagnade j fin dapt di Rte, du cha lere une imgjine. Rivade a, inveze dal madrac j comparide une siore che j diti: Va vie tal prt, dongje chel morr: in tune casselute jo i platt i bs. Cheste fmine, incjim spauride dal madrac, no l volt  l. Alore la siore j diti: Jo cji maleds par siet jetis: us vignar la stele! E difati fin i parints di cheste fmine, chai stan a Mujese, n la stele! STI

La maledizione della ciocca bianca
235. Mia nonna raccontava che una volta una donna di Stavoli stava tornando a casa dopo aver assistito alla messa grande in abbazia. Subito dopo il cimitero le si present un serpente, che la segu fino in fondo al paese, a Rte, dove cera unedicola. L, il serpente prese le sembianze di una signora che le disse: Va nel prato, accanto a quel gelso: in una cassetta ho nascosto dei soldi. La donna, ancora spaventata dal serpente, non vi volle andare. Allora la signora continu: Maledico te e le tue sette future generazioni: tutti avrete un ciuffo bianco di capelli sulla fronte! E difatti perfino i parenti di quella malcapitata, che abitano a Moggessa, portano in fronte una ciocca bianca! STAVOLI

Il Fortin

236. Une vlte a Cuestemulin al viveve un om chal veve non Fortin. Al ere grant e gros, plen di fuarce, tant che une d, su par Tarvis, al ere stt mett dentri in galere parcechal veve baruft, ma al rivt a but su le puarte di fier da le pereson e a scjamp cun jei su pa le schene; dome cuant chal ere rivt dongje Nevee al pojt le puarte sun tun clap (che dopo lu n clamt "Clap Fortin") par pols... A Cuestemulin al faseve il pastr e nisun simpaave cun lui, par vie da le s fuarce. Ma une d al capitt l s un furlan da le Basse chal veve savt di chest om robust e lu voleve sfid. Al lt a cir il Fortin e a lu cjatt in cjase, chal mangjave le cartfulis chal veve mett a cuei sot le boris. l furlan a j diti: Sestu tu chel om tant fuart? Jo no crout, se tu mangjis dome cartfulis! Il Fortin, cence fsi pre, a lu cjapt e j nd datis tantis, che chel da le Basse a no si pui fat viodi. SCLSE

Fortin
236. Una volta a Costamolino viveva un uomo di nome Fortin. Era grande e grosso, molto forte, tanto che un giorno dalle parti di Tarvisio, messo in galera perch aveva litigato, era riuscito a scardinare la porta in ferro della prigione e a fuggire con essa sulla schiena; solamente quandera giunto in prossimit di Sella Nevea depose la porta su un masso (che da allora venne chiamato "Clap Fortin") per tirar fiato... A Costamolino egli faceva il pastore e nessuno gradiva impicciarsi con lui, chera cos forte. Ma un giorno capit lass un friulano della Bassa che aveva sentito parlare di quelluomo tanto robusto e lo voleva sfidare. Cerc Fortin e lo trov in casa, che mangiava le patate messe a cuocere sotto le braci. Il friulano gli disse: Sei tu luomo cos forte? Io non ci credo, visto che mangi solamente patate! Fortin, senza farselo dire due volte, lo prese e gliene diede tante che luomo della Bassa non si fece pi vedere. CHIUSAFORTE

Il cuarteis da la favite

245. Cuanche labaze di Mue a la comandave par dut chest teritori, agnons e agnorums fa, ogni famee a la scugnive port al preidi il cuarteis: un cuart di patatis, un cuart di blave, un cuart di formadi, un cuart di gjaline, insome, un cuart di dut. Al ven che une d a Ovedas, forsi stufs di cheste usance e ancje par f dispiet, ai n cjapt une favite, a lan splumade, a ln tajade in cuatri e ai n picjt un cuart a une grosse stangje: cuatri zvins a son lts a portlu vie in abaze. L vie vurdicji: par rdin dal abt i cuatri a son stts metts a la berline e ognun chal passave al ere oblet a spudur. No content, labt al mandt a chei di Ovedas la maledizion che nisun al fos diventt sir. OVEDAS

Un quarto di scricciolo
245. Quando labbazia di Moggio estendeva il suo dominio sul territorio circostante, anni e anni addietro, ciascuna famiglia era costretta a portare al prete un quarto del raccolto di patate, un quarto di granoturco, un quarto della produzione di formaggio, un quarto di gallina, insomma un quarto di tutto. Un bel giorno a Ovedasso, forse stanchi di questa usanza e anche per dispetto, alcuni catturarono uno scricciolo, lo spennarono, lo tagliarono in quattro ed una parte fu appesa ad una grossa stanga: quattro giovani la trasportarono fino in abbazia. L scoppi il putiferio: per ordine dellabate i quattro furono messi alla berlina o ognuno che passava di l era obbligato a sputar loro addosso. Non contento, labate mand agli abitanti di Ovedasso una maledizione: nessuno di loro sarebbe diventato ricco. OVEDASSO