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“FRASCA… PRIVADA“
è una poesia di
Rosinella Celeste

Si leva elementare un vento secco
E si posa sul muretto della 'frasca'
Rosa nella sera.
Non tremano più accanto al banco
parole favolose che scordano pene.
Ma si scaldano mani ruvide
Che impastano crude speranze.
..C'era una tenerezza di glicine
Negli occhi veri dell'oste..
Un barlume di vita nell'appoggiarti un 'bianco'
Mentre fuori ..nè chiaro nè scuro..
C'era la 'malora' sciolta nel sapore del vino
-antidoto serale-.
Sulle panche scure stemperava la luce
Bianchissima luna -ironico uovo sodo-
E l'ombra cadeva sulle bici sbilenche
In attesa, sullo steccato, dell'uomo
che ha sfogato la sua rabbia.
Fiumicello, 8 marzo 2005
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COSA
CI PROPONIAMO
Guardiamo chi ha scelto di conservare questa tradizione con grande
rispetto, cercando di cogliere nel composito mondo delle “frasche” (...e dintorni..) quelle particolarità, curiosità e figure che hanno una
marcia in più rispetto alla media.
In un sistema tutto proiettato verso la bottiglia d’alta qualità
ed in cui anche la damigiana viene vista quasi come un parente povero
potrebbe sembrare riduttivo dedicare un po’ di spazio alle
cosiddette “frasche”.
Eppure la forma
di vendita diretta in Azienda ha retto per anni l’urto di una domanda
di un’utenza diversificata alquanto , estremamente dignitosa,
contribuendo non poco a far socializzare artigiani ed operai davanti ad
un buon bicchier di vino.
Bevendone-in
tempi in cui non c’era la patente da difendere dal “famigerato”
tasso alcolemico dello 0,5 grammi per mille- con generosità e
ripartendo, i più, verso casa con il bottiglione o la damigianetta
sotto braccio.
Vi sono dei paesi
che per decenni hanno scelto tale via di commercializzazione, in ciò
anche agevolate dalla vicinanza di strade statali e provinciali.
Dopo la seconda guerra mondiale l’attrazione dell’ industria e-nel
caso dell’Isontino-della cantieristica, ha tagliato molte aziende che
, per motivi di sopravvivenza, hanno comunque pensato ad
un’integrazione di reddito dedicandosi “part-time” alla vigna nei
fine settimana.
Anche nei Colli
orientali del Friuli il “triangolo della sedia” ha ridotto non di
poco le forze lavorative in agricoltura ed il fenomeno “frasca” è
venuto meno prima che altrove.
In tempi recenti
alla “frasca” in senso stretto si è sostituito l’agriturismo ,
finalizzato alla creazione di posti letto oppure alla vendita di
prodotti aziendali “freddi” , salvo poi tagliar corto con i tanti
paletti
della burocrazia e cadere-licenza alla mano- senza riserve
nell’alveo della ristorazione.
DALLA FRASCA ALL’OSMIZZA - Nel
Carso la frasca viene chiamata OSMIZZA e conserva, per contro, tutta
la sua importanza socio-economica.
Le prime "osmizze"
si riscontrano-Maria Teresa ne sa qualcosa- nell’ Altopiano
Goriziano e triestino già all'epoca dell'Impero Austro-ungarico. La
gente del luogo che voleva vendere il vino a casa propria, apriva
un'"osmizza". In quell'epoca, o, meglio, in
passato più in generale
generale, il numero delle osmizze era minore in confronto ad
oggi, in quanto si poteva vendere il vino anche per altre vie. Fino al
primo conflitto mondiale la nostra regione era particolarmente
conosciuta ed apprezzata
per i suoi vini prelibati che venivano
addirittura esportati a Vienna, Graz, Salisburgo ecc.
I viticoltori vendevano inoltre il proprio vino nei ristoranti
triestini che acquistavano soltanto vino locale.
Si potrebbe dire dunque che l'"osmizza"
allora, fosse, più che altro, un punto d'incontro per la gente
del luogo. Vi si incontravano specialmente uomini, per poter
chiacchierare un po'. Il “segnale” tipico che annunciava l'"osmizza"
nel paese era un ramo di edera (frasca). L'”osmizza” rimaneva
aperta per otto giorni circa, ( otto = osem in sloveno..;
da
osem ad osmizza il passo è breve...) il tempo necessario anche
per l'essiccazione del ramo d'edera. Oggi, coloro che in azienda
propria hanno l'"osmizza" , ritengono che ciò sia
diventato un fatto quasi necessario, anche perchè non hanno altre
possibilità per vendere il vino fatto in casa, poichè i proprietari di
ristoranti preferiscono rivolgersi al mercato friulano o veneto. In
genere le "osmizze" rimangono aperte per più di otto giorni,
ma i contadini si trovano spesso in grande difficoltà per ottenere il
permesso d'apertura dell'"osmizza" , difficoltà dovute spesso
a motivi burocratici. Insormontabili in alcuni comuni, meno in altri, a
dimostrazione che la legge talvolta si applica, più spesso
s’interpreta.
Le
"osmizze"
carsiche oggi sono frequentate principalmente da Triestini e
vi si riscontra sempre meno gente del luogo. I
“puristi”
affermano quasi indignati, che oggi si possono vedere un gran
numero di donne. La gente locale che nel passato visitava l'"osmizza"
, beveva quasi esclusivamente vino rosso. Oggi invece le cose sono cambiate:
la gente locale preferisce il bianco (leggasi Malvasia o Vitovska),
mentre i Triestini il vino “nero”(Terrano o Refosco). L’asporto (damigiane,
taniche ecc.) fa ovviamente felice il contadino; meglio così
che passar la giornata al banco con l’avventore che -per una
serie di bicchieri- blocca il padrone di casa per raccontargli tutte
le vicissitudini
della propria vita, le gesta giovanili, le presunte conquiste.
In passato -ricordano i contadini carsolini “bianchi per antico
pelo”- gli ospiti bevevano molto e non mangiavano quasi nulla, mentre
oggi vale il contrario. Non si difende né la patente né il fegato
bevendo a stomaco vuoto!
Visto globalmente il numero delle osmizze sta aumentando in tutti
i paesi, tranne che a CONTOVELLO (KONTOVEL)
e a S. CROCE
(KRIZ) , località nelle quali la viticoltura sta scomparendo
progressivamente. Si tratta di un fenomeno dovuto in particolar modo
all'ubicazione dei vigneti, situati principalmente sui ripidi pendii che
si ergono in prossimità del mare.
Il prezzo del vino venduto nelle "osmizze"
è sufficiente ad integrare il reddito, ma comunque, avere in
casa un' "osmizza"
comporta lavorare, talora, dal primo mattino fino a tarda sera.


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